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Immischiarsi è civiltà

cittadinin al voto per il referendum giustizia.  nella foto il sindaco roberto gualtieri al voto    roma 22 mar 2026
cittadinin al voto per il referendum giustizia. nella foto il sindaco roberto gualtieri al voto roma 22 mar 2026

Chi lo ha detto che farsi i fatti propri sia un valore? “Immischiarsi” può invece essere una misura del livello di civiltà di un Paese. Ne è la prova il fenomeno dell’associazionismo, che viene considerato un termometro per valutare quanto una società sia attiva, equa e inclusiva. Lo Stato non ha la forza di arrivare ovunque e ha bisogno che i cittadini si diano da fare, donando parte del loro tempo e delle proprie competenze alla collettività. Senza escludere il fatto che il non profit è anche un settore produttivo in senso tradizionale, dove i lavoratori percepiscono un compenso.

Non solo. L’associazionismo risponde a un’esigenza di base del cittadino. Quella di partecipare, di confrontarsi, di migliorare. In un’epoca in cui la rappresentanza sta vivendo una profonda crisi, le associazioni possono essere un modo per fare politica, per occuparsi della cosa pubblica e del bene comune. Per la testata di Telos A&S PRIMOPIANOSCALAc, abbiamo intervistato Chuormo. Non è una persona, ma un collettivo cinematografico che si occupa di produzione e distribuzione di film. Una realtà romana che nasce nello storico quartiere Testaccio, che oggi conta su duemila soci e riesce a finanziare i suoi cortometraggi senza il supporto delle istituzioni. Un miracolo in tempi di sale vuote e di concorrenza feroce delle piattaforme di streaming. Segno che le persone hanno ancora voglia di partecipare, di incontrarsi in carne e ossa e di confrontarsi tra loro. C’è ancora vita intelligente sulla terra.

“Chuormo dimostra che la vera forza trainante oggi è la comunità. Come nel romanzo a cui ci ispiriamo [Jean-Claude Izzo, Chourmo – Il cuore di Marsiglia, ed. e/o ndr], il Chuormo nasce perché la gente si immischiasse, perché decide di remare insieme per uscire dalla stessa galera. Non spettatori passivi, ma persone coinvolte in un processo comune.”

Questo caso virtuoso ci fa ben sperare per le sorti della creatività italiana, però apre anche le porte a una riflessione sul terzo settore nel nostro Paese. Nel suo provocatorio libro Contro il non profit (Laterza), Giovanni Moro mette in evidenza il fatto che questo comparto venga trattato come un magma indistinto, che mette insieme realtà molto diverse come un centro fitness e un’organizzazione sportiva per disabili, un pub e una mensa per i poveri. E aggiunge: “il fatto che nel mondo ci siano entità che non sono né statali né imprenditoriali non autorizza a tenerle tutte insieme dando ad esse un significato unitario”. La sua proposta è di creare una classificazione specifica delle anime diversissime che lo popolano.

Posso dire che questa non è altro che un’istanza di lobbying, e cioè una proposta di modifica normativa. Poiché faccio questo mestiere, la lobbista, della proposta di Moro non posso che riconoscerne la solidità e il valore. In fondo il lobbying, è anch’esso un modo per “immischiarsi” e cambiare quello che non funziona.

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