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Milano, Corso Buenos Aires

© 2020, Giordano Di Fiore
© 2020, Giordano Di Fiore

In corso Buenos Aires, tutto il giorno ci passano i filobus, cantavano gli Stormy Six , molti anni fa.

Tempi lontanissimi da noi: il 900 è stato un secolo molto particolare, è riuscito ad allontanare l’uomo da se stesso, come mai era successo prima.

Tuttavia, senza i filobus (c’è la metropolitana), possiamo ugualmente provare a percorrere corso Buenos Aires, in questi ancora caldi giorni settembrini.

Balzano all’occhio due cose, apparentemente estranee tra di loro, in realtà dirette conseguenze di un evento epocale, chiamato Covid.

Il primo elemento è una pista ciclabile un po’ stravagante, che certe volte si insinua tra le macchine ed il marciapiede, certe altre si sposta, con fare anarcoide. Comunque, un buon esperimento, che, tra numerose polemiche, sembra avere un buon seguito tra i cittadini, sempre più apparentati con i cittadini olandesi.

L’altro elemento è un po’ meno pittoresco, e lascia l’amaro in bocca. Si tratta dell’enorme quantità di locali commerciali rimasti deserti. Negozi e bar ristoranti. Deserti non significa che sono chiusi in attesa di tempi migliori. Significa che sulle vetrine campeggiano dei bei cartelli di affitasi.

Non sono un grande esperto di shopping, tuttavia, mi smentirete, sembrano mancare anche nomi importanti, come Zara e Desigual.

Poco distante, tra piazzale Loreto e viale Abruzzi, mi ha non poco impressionato la chiusura di Stop, pizzeria ristorante.

Si trattava di un locale molto grande, piuttosto bruttino in verità: testimonianza di quella Milano anonima che è stata caratteristica portante dell’era pre-Expo (nel pre-Expo, Milano fu città bruttina, non turistica, ad eccezione dei viaggi d’affari, poco verde, molto asfaltata e cementizia, addirittura nebbiosa, n.d.r.). Ebbene, Stop, che prima del Covid andava a gonfie vele, sia a pranzo (uffici) che a cena (prezzi popolari), ha chiuso i battenti.

L’affitto di quel locale vale circa 10mila euro al mese: questo significa che, per un imprenditore non “mainstream” (come le grandi catene), è impossibile sostenere anche un solo mese di perdite, senza saltare per aria. Non a caso, si vocifera che, al suo posto, arriverà Kentucky Fried Chicken.

Come nello scorso articolo, anche in vista delle prossime elezioni municipali, mi piace poter pensare a scenari alternativi, che possano rendere la città più resistente all’inedita crisi economica da virus.

Abbiamo più volte affermato che la pandemia ha coniugato due modalità di commercio apparentemente antitetiche, quasi un ossimoro: il matrimonio tra la bottega di prossimità (il negozio sotto casa, insomma) e la piazza digitale dell’e-commerce. Tutti i dati confermano questo andamento. Allora, così come abbiamo sostenuto che dobbiamo accettare e difendere lo smartworking, come volano per la ripartenza, allo stesso modo, prendiamo atto delle nuove regole commerciali, e cerchiamo di sfruttarle a favore della collettività.

In particolare, ci sono due interessi confliggenti: da un lato, la proprietà immobiliare, che deve massimizzare i profitti derivanti dagli affitti, dall’altro, gli esercenti messi in crisi dalla pandemia.

Ancora una volta, la politica può essere di grande aiuto. Le proprietà immobiliari, ad esempio, potrebbero decidere, per un tempo limitato, di dimezzare gli affitti, a fronte di incentivi tangibili (reali defiscalizzazioni, ecc.).

In concomitanza, si potrebbero premiare quelli esercenti che vogliano ammodernarsi, perseguendo la strada del commercio elettronico, da affiancare all’attività tradizionale. Non stiamo parlando di industria 4.0: qui si tratta di aiutare micro-imprese a realizzare, ad esempio, un sito di e-commerce professionale, di pubblicizzarlo, di automatizzare la gestione degli ordini, ecc. Parliamo di decine di migliaia di euro, soldi già difficili da reperire normalmente, oggi praticamente un miraggio.

Ma anche l’imprenditore, come il gestore storico del ristorante Stop, che decidesse di ammodernare completamente il proprio locale, per renderlo più “cool” e al passo coi tempi, potrebbe essere aiutato, in questa delicata fase, così come sono aiutati i costruttori, quando devono, ad esempio, realizzare un cappotto termico.

Chissà, questi 3-4 mesi extra, in cui gli affitti possono essere meno cari e in cui sia più semplice restare al passo con i tempi, potrebbero essere non “aiuti di stato”, ma una concreta modalità per rilanciarsi e rimanere competitivi negli anni a venire, evitando le pesanti ricadute di una crisi generalizzata. E tornare così a Piazzale Loreto, come recitava la canzone, con un po’ più di consapevolezza e di fiducia nel futuro.

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