Ma perché parificare il congedo tra madri e padri quando fin’ora, col solo peso della madre, è sempre andata bene così?
Questa deve essere stata la risposta politica che ha infiocchettato senza appello alcuno la bocciatura dei conti della Ragioneria Generale dello Stato. “Troppi soldi” (3,7 miliardi nel 2026 e fino a 4,5 miliardi dal 2035) e così niente da fare con buona pace delle donne.
La proposta, in questi giorni valutata, era di equiparare i genitori innanzi ai congedi parentali richiedibili da entrambi, e retribuiti al 100%, sino ai 5 mesi di vita del bambino superando così l’impostazione che al padre spettino solo 10 giorni (10 giorni!) e alla madre mesi e mesi di assenza retribuita, tra l’altro, economicamente a scalare.
Risultato? I padri a lavoro e le donne a casa.
D’altronde non era stata sbandierata come “conquista” il recente allungamento dei congedi paterni da 6 agli attuali 10 giorni? Si accontentino, perbacco. Per la parità c’è tempo, le donne non devono avere fretta a pretendere la parità visto che dalla Costituzione, che ne sancisce il principio, sono passati “solo” 80 anni. Troppo pochi.
E se è oramai diffusa la consapevolezza generale che non è più tempo di snocciolare dati della grave disparità in Italia (posizionata ogni anno agli ultimi posti in Europa), ma è quello dell’azione, la politica dice che non è vero.
L’Italia può ancora aspettare.
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