Dovrebbero mettersi d’accordo con le proprie intenzioni i leader europei riluttanti o addirittura contrari a far parte del “Board of Peace”, cioè l’amministrazione transitoria incaricata di dare attuazione al Piano per Gaza. Che a presiederlo dovesse essere Donald Trump non è scritto in un post della Casa Bianca sui social media: è scritto nella risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, a metà dello scorso novembre, ha adottato quel Piano.

Così com’erano scritti in quella risoluzione i poteri attribuiti al Board per la gestione e l’attuazione del Piano. Non andavano bene? Pare che andassero bene a tutti, dal Segretario Generale dell’Onu al Consiglio Europeo, passando per i singoli Paesi – Italia compresa – che si dichiaravano interessati a partecipare alla ricostruzione della Striscia secondo lo schema operativo stabilito dal Piano. I contrari c’erano, per carità: Hamas, per esempio, magari con il supporto di qualche consulente dell’Onu che farneticava di un’Europa in funzione di “avvoltoio” se avesse partecipato all’operazione, definita “una vergogna coloniale”.

Non vogliamo dire che i leader europei, sfilandosi come stanno facendo, rischiano di infilarsi in quel fronte avverso non proprio presentabile. Ma c’è qualcosa che non fila per il verso giusto se i membri di quel gruppo di riluttanti non fanno nulla per due mesi e passa, non assumono una iniziativa che sia una per dare impulso al Piano per Gaza che pure avevano salutato con favore, per poi tirarsi indietro affidandosi al pretesto che a distribuire le carte è un presidente degli Stati Uniti dai modi spicci. Ma la responsabilità di questi Paesi sonnolenti per mesi è poi tanto più grave considerando gli interessi che con molte parole e pochissimi fatti pretendono di avere a cuore. E cioè la fine del conflitto a Gaza, la fine della sofferenza della popolazione palestinese, la fine dell’instabilità che affligge la regione (non la fine dell’insicurezza per Israele, perché la cosa non è esattamente in cima alla scala delle loro priorità).

Sono obiettivi possibilmente raggiungibili se viene data attuazione al Piano per Gaza, il quale prevede la deradicalizzazione della Striscia e la distruzione delle capacità offensive delle formazioni terroristiche ancora operanti laggiù. Anziché appellarsi alle possibili inadeguatezze dello statuto del Board of Peace, anziché tirare in mezzo presunti impedimenti costituzionali, quei leader avrebbero potuto incalzare Donald Trump richiamandolo alle responsabilità che proprio il Piano per Gaza gli attribuisce. Avrebbero potuto, cioè, rendersi protagonisti dell’iniziativa adoperando – eventualmente anche contro Donald Trump – il protocollo di passi diplomatici, di decisioni operative e di interventi sul campo che la risoluzione del Consiglio di Sicurezza aveva messo nero su bianco. Non hanno fatto nulla di tutto questo, dimostrando in tal modo di essere interessati assai poco alla difficile soluzione del problema, e assai più a lavarsene facilmente le mani.