Il 3 marzo 2022 Emma Bonino, storica leader radicale, madrina del nuovo europeismo ed ex Commissaria Ue, era con noi in redazione al Riformista per rilasciarci l’intervista che pubblichiamo oggi in un’inedita versione integrale.

È scoppiata la guerra in Europa e tutti oggi chiedono un’Europa forte e unita.
«Oggi qualcuno indica l’Europa come panacea per tutti i mali. Cosa, francamente, sorprendente perché fino a pochissimo tempo fa si diceva che dovevamo uscire dall’Europa, uscire dall’euro, l’Europa ci massacra. Quando la situazione si fa seria, ecco che si invoca l’Europa».

E la situazione è seria, Emma Bonino?
«Molto seria, io non so leggere che cosa abbia Putin in testa. Non ho la palla di vetro. Tanti dicono che Putin è fuori di sé. Può anche darsi e peggio mi sento, francamente, perché trattare con uno razionale è già difficile, con uno fuori di testa è davvero molto complicato».

Ma lei dice sempre la verità, così apertamente?
«Sì, anche quando non sarebbe conveniente farlo. O non opportuno».

Gli esperti di geopolitica, gli analisti, sono stati colti davvero di sorpresa dall’aggressione russa?
«Sulla geopolitica ci sono sempre opinioni diverse, ma stavolta forse un po’ meno: l’arroganza brutale di Putin non è che sia limitata, che ne so, alle materie prime: no. Ha invaso ammazzando la gente. Per sua fortuna, abbiamo tutti la memoria corta».

Cosa intende dire?
«Che la storia ci sorprende ogni volta, ammantati delle nostre amnesie. Qualcuno si ricorda che gli americani hanno abbandonato gli afghani e le afghane? E i curdi che abbiamo abbandonato a Erdogan, proprio quelli che ci avevano aiutato contro il terrorismo? Ho l’impressione che si ripeterà la storia. Replicando in tragedia. Succede sempre agli smemorati».

Abbiamo delle amnesie collettive, diciamo…
«Sì. Anche perché le tragedie arrivano una dietro l’altra a una velocità supersonica e quindi quando si fa politica del giorno per giorno, senza una visione, è complicato ricollegare tutto. E come diceva qualcuno ironizzando, la storia è maestra di vita, sì, ma ha dei pessimi allievi, perché di questo si tratta e davvero troppo spesso la stessa politica difetta di memoria…».

La classe dirigente che abbiamo oggi non aiuta nelle situazioni di crisi vera?
«Sì, però non mi stanco di dire che questa tanto disprezzata classe dirigente, non è solo la politica: anche voi giornalisti, insomma, non è che brilliate molto. Soprattutto quelli del servizio pubblico. C’è un tema di caste, non c’è una casta sola».

Se parliamo di caste, parliamo di magistratura. Uno strapotere. Non è la prima delle caste?
«Esattamente, però i cittadini si devono anche ricordare che questa infame classe dirigente – in senso lato – l’hanno votata loro. Gli elettori. Marco Pannella diceva che le responsabilità hanno due esiti possibili: o ti fanno crescere, o ti ammazzano».

E questo vale anche per il ruolo della Nato?
«Gli ucraini e l’Ucraina devono essere liberi di scegliere con chi allearsi, con chi stare. Non può decidere tutto Putin. Pensiamo ai Balcani: davvero vogliamo Putin sull’altra sponda dell’Adriatico? Serve un’alleanza militare europea, dentro o accanto alla Nato. Tutto questo si può fare a condizione di avere un’Europa federale e federalista, perché col Trattato attuale non si toccano gli apparati di difesa. E non puoi avere un esercito comune senza un’Europa politica che lo guida».

Macron, parlando all’esercito, ha invitato a prestare molta attenzione agli incidenti sui confini, agli strani incidenti che si produrranno. Ci può essere la provocazione di un incidente da parte russa?
«Sì, io credo che in questa situazione ci dobbiamo aspettare di tutto, anche quello che non avevamo mai immaginato, perché la mia impressione è che Putin sia abbastanza contro un muro, in un angolo, per cui sono proprio le situazioni in cui il senso del realismo o della realtà scompare».

Le ricorda un precedente?
«Milosevic non era tanto diverso da quello che Putin sta facendo: bombardamento delle città, dei centri abitati, degli ospedali. In Kosovo, io ero Commissaria europea all’epoca, stava procedendo in un modo molto crudo e violento a una specie di pulizia etnica, che a un certo punto mi sono ritrovata con un milione di rifugiati in una settimana al confine con l’Albania. Però, saranno le elezioni, sarà la Corte Penale Internazionale, Milosevic a un certo punto si è trovato di fronte ai giudici. Ora, anche in questo c’è una similitudine: anche se né l’Ucraina né la Russia hanno ratificato la Cpi, c’è una clausola che avevo negoziato io, che anche se non firmi quella convenzione, le regole del diritto internazionale valgono comunque».

C’è un Lodo Bonino, alla Cpi, che prevede una sorta di azione penale obbligatoria?
«Avevo fatto inserire la possibilità di adire la Cpi anche da parte di Paesi terzi che, non vittima diretta dell’aggressione, si ritengono vano colpiti, potevano portare il tema alla Corte. E l’Italia era in testa ai 35 Paesi che hanno sostenuto questa proposta».

Quindi Putin a processo all’Aia, è possibile?
«Sì, anche perché, guardate un po’, i dittatori alla fine sono fragili. La democrazia è lenta, però resiste. E la giustizia prima o poi arriva. Va però rafforzata, con le sanzioni e con la deterrenza. Perché ha ragione Paolo Gentiloni (all’epoca dell’intervista Commissario europeo, ndr.) quando dice che le sanzioni da sole non basteranno».

Ha ragione Gentiloni?
«Penso che abbia ragione quando intende che solo con le sanzioni non si può vincere. In più, voglio dire che dobbiamo tenerci pronti a sostenere il costo dell’invasione russa in Ucraina. Insomma dovremmo stringere la cinghia davvero tutti e pagare anche noi il prezzo di questa importante battaglia di democrazia, direi: questa battaglia di civiltà».

Un’ipotesi di scenario: come va a finire l’Europa dopo l’invasione russa?
«Siamo a un bivio della storia. Quando c’è un conflitto tra entità statali ci sono solo due strade, a mia esperienza: o ci si parla o ci si spara. Parlarsi, a mio modestissimo avviso, è sempre meglio, altrimenti ci si confronta con le armi. Tertium non datur. Nel frattempo la Corte può intervenire, abbiamo mobilitato tutti gli strumenti internazionali disponibili. Spero intanto in un cessate il fuoco, in una tregua, perché sotto le bombe è molto difficile negoziare. Se abbiamo capito che ragionare con Putin è quasi impossibile, sappiamo anche che non possiamo mai rinunciare al dialogo, che è l’altro nome della politica».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.