Società
Cancel culture e libertà di pensiero: il mondo non è tutto bello e libero dalle oppressioni
Quanti regali ci ha fatto non la cultura, ma l’estremismo woke. Uno di questi è la cancel culture, diffusasi sempre nei beneamati Stati Uniti. Non avrei mai immaginato che le battaglie che combatto da una vita, per un mondo libero, dove tutti, al di là del colore della pelle, della religione, dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, invece di produrre diritti di cittadinanza piena, diventassero campi di battaglia contro chi ha pensieri complessi e non aderisce ai dogmi. Un mondo libero, per me, è sempre stato quel mondo dove ciascuno possa essere quello che ritiene più giusto essere, secondo le sue idee e il suo vissuto. Un mondo dove il rispetto delle idee altrui nel confronto e lo scontro, debbano essere legittime. È un cimento, e vince chi riesce ad affermare, nel confronto democratico le proprie idee.
Oggi non è più così, e questo mi spaventa. Mi ha sempre spaventato il pensiero unico e l’ho combattuto, mi ha sempre spaventato chi ha cercato e cerca di imporre le proprie idee con la forza seppure mediatica, l’ho combattuto e lo combatto. Ma ora, una certa cultura progressista, a cui appartengo per storia, per esperienze di vita, per convinzioni (che oggi vacillano) non vuole più affermare le proprie idee con strumenti democratici, ma attraverso la censura, la gogna, la cancellazione personale di chi nutre pensieri laterali, soprattutto quando questi vengono pronunciati da persone della stessa cultura, in questo caso di sinistra. Di esempi nel nostro Paese ce ne sono moltissimi, contro persone di sinistra ma anche di destra. E qui non parlo di persone che affermano cose offensive, denigratorie, violente, che giustamente vanno stigmatizzate, l’ho fatto e lo faccio anche io. Urlare contro di me e mia moglie Ricarda, per strada nel centro di Roma, che siccome siamo lesbiche, bisognerebbe riaprire i forni crematori, è qualcosa che va condannato da tutti, a sinistra come a destra. Parlo della sistematica delegittimazione morale e sociale che mira a espellere una persona dallo spazio pubblico, rendendola “indegna” di parola, ruolo o legittimità, solo perché non corrisponde esattamente al pensiero dominante di una parte politica.
La Cancel culture vorrebbe cancellare il passato, in una orda barbarica di riscrittura della storia. Conoscere la storia è quello che ci permetterebbe di non ripetere gli errori. Studiare la storia, conoscere artiste e artisti, scrittori e scrittrici, lontanissimi da noi, che hanno detto, scritto e prodotto pensieri ignobili ai nostri occhi, ci permette di interrogarci e costruire un tempo presente libero. Non conoscerli, non interrogarsi, cancella il pensiero. Il mondo non è tutto bello e libero dalle oppressioni. Conoscerlo non significa aderire, ma esercitare il pensiero critico, la base per la costruzione delle personalità delle giovani generazioni. Sarebbe un articolo troppo lungo se dovessi citare i tanti episodi nel nostro Paese dove si è impedito di parlare, dove si è tentato di cancellare e di colpire chi esprime delle idee, a sinistra come a destra.
Voglio chiudere questa mia riflessione con un esempio: ricordate “l’arte degenerata”, Entartete Kunst, che fu un termine usato dal regime nazista a partire dal 1937 per etichettare e perseguitare ogni forma d’arte moderna (espressionismo, cubismo, astrattismo, surrealismo, ecc.) considerata immorale, non tedesca o contraria all’ideologia nazista, culminando con la grande mostra a Monaco che ne denunciava la presunta decadenza, portando alla confisca, distruzione e vendita di migliaia di capolavori e alla censura di artisti come Picasso, Chagall, Dix, Klee e Munch? Pensate cosa accadrebbe se un domani accusassero il progressismo di aver perseguitato “artisti degeneri” sull’altare della purezza di un pensiero che è debole, perché non sa fare i conti con la pluralità delle idee. Sarebbe una tragedia.
© Riproduzione riservata







