Cade il teorema del Procuratore
Caro Gratteri, Davigo è condannato ma voterà No mentre gli imputati voteranno a favore della riforma
Davigo e Gratteri sono chiamati, come in una tragedia greca, a contendersi il trono delle “persone perbene”
Diversi anni fa il dottor Davigo, ospite di Lilli Gruber, spiegava perché un magistrato ha il dovere di astenersi dal fare politica, ricordando che esistono due modi per conferire incarichi pubblici: il criterio di competenza e quello di rappresentanza. Mentre il primario di cardiochirurgia è scelto con il criterio di competenza, i politici sono eletti con quello di rappresentanza. E, sebbene in teoria, nulla vieti di scegliere un sindaco per concorso e un primario per elezione, chi si farebbe operare a cuore aperto da un primario eletto anziché da uno scelto per competenza? L’incarico conferito ad un magistrato segue, naturalmente, il criterio di competenza, ma, a differenza del cardiochirurgo, per lui sono previste delle guarentigie che lo mettano al riparo dai condizionamenti dell’opinione pubblica rispetto alle decisioni che deve poter essere libero di assumere. Davigo ha ragione: l’autonomia e l’indipendenza del giudice sono la più importante garanzia che ha il soggetto giudicato, la migliore assicurazione che i cittadini possono contrarre per evitare di trasformarsi in sudditi.
Queste considerazioni inducono a delle riflessioni sulle modalità di scelta, individuate dalla riforma, sui componenti del cosiddetto organo di autogoverno della magistratura, sulle quali (anche) andremo ad esprimerci al referendum di marzo. Va detto che il Csm non “auto-governa”, in senso stretto, l’ordine giudiziario, perché in uno Stato costituzionale democratico e moderno i poteri si bilanciano tra loro, in un delicato sistema di “pesi e contrappesi”; è altrettanto vero che esso non sia neppure un organo di “rappresentanza” dei magistrati: è invece l’organo di amministrazione della giurisdizione e di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati, che adotta i provvedimenti sulle loro carriere. Se tutto quel che dice Davigo è vero, è evidente allora che il criterio di rappresentanza per la scelta dei membri togati del Csm debba essere messo in soffitta, perché mina l’autonomia e l’indipendenza di tutti i componenti dell’ordine giudiziario, sottoposti all’amministrazione di quell’organo.
La riforma della giustizia mantiene, nel Csm, la maggioranza dei togati, nella misura di 2/3 dei suoi componenti, con la sola differenza che costoro, anziché essere eletti secondo il criterio di rappresentanza, saranno estratti a sorte tra tutti i magistrati aventi le più alte qualifiche professionali. Si potrebbe dire che questo, ritenuto l’antidoto alle distorsioni generate dal cosiddetto strapotere delle correnti della magistratura (tipiche degli organi di rappresentanza e non di alta amministrazione qual è invece il Csm), sembra un rimedio poco efficace, non essendo possibile pretendere che, nella riunione di 3 o più persone chiamate tra loro a decidere, quale che sia l’oggetto della loro scelta, non si coaguli una comunanza di vedute che finisca per costituirle in un “partito”. Dalla riunione di condominio all’assemblea dei genitori nelle scuole, sappiamo essere, questa, un’inclinazione umana inevitabile. Si sa che l’uomo è un animale politico, e il magistrato, prima di tutto, è un uomo come tutti. A differenza di tutti, però, lui deve essere messo al riparo, come diceva Davigo, anzitutto recidendo ogni rapporto di “rappresentanza”: chi viene eletto, pur agendo senza un vincolo di mandato, finirà per assumere decisioni che si pongono in linea con il sentire di chi, votandolo, ha stretto con lui, nell’urna, un patto di fiducia sugellato nel “programma elettorale”.
Ecco allora che la soluzione del sorteggio, tra candidati scelti secondo il criterio di competenza, mette al riparo da queste storture e garantisce una selezione che ricade su chi, per natura e funzione, sa esprimere nel migliore dei modi una decisione. Sorprende quindi l’infelice espressione del dottor Gratteri che, il 12 febbraio, ha detto che voteranno per il No le persone perbene, mentre si esprimeranno per il Sì, fra gli altri, “gli indagati e gli imputati”. Questa dichiarazione suscita stupore, fra l’altro, perché divide i destini di Davigo e Gratteri, chiamati, come in una tragedia greca, a contendersi il trono delle “persone perbene”, come Eteocle e Polinice a Tebe.
Nessuno dubita che l’opinione di quel Davigo che parlava su La7 qualche anno fa si sarebbe espressa in senso contrario ad un’ipotesi di riforma come quella attuale, scontrandosi, all’epoca, con quella di Gratteri, convintissimo sulla soluzione del sorteggio come panacea di tutti i mali. Oggi, invece, un Gratteri arruolatosi tra i generali dell’esercito del No ha ingenerosamente finito, con le sue parole, per relegare implicitamente il povero Davigo, solo perché giudicato con una sentenza definitiva, nella schiera di chi, usando le sue parole, “voterà sicuramente a favore della riforma”, scalzandolo così da quel tanto conteso trono.
© Riproduzione riservata







