La scelta del luogo dice già molto. Per celebrare i suoi centovent’anni la Cgil non ha scelto una piazza né un palazzetto, ma il teatro più istituzionale della città, con il Capo dello Stato in platea. È il gesto di un sindacato che si presenta come istituzione prima ancora che come movimento, e che rivendica la propria storia come parte della storia nazionale, non di una sola parte. Il congedo, però, è stato quello di sempre, con il canto della sala dopo l’uscita del Presidente.

Due registri, uno accanto all’altro. Tenerli insieme è da sempre lo sforzo non sempre riuscito della Cgil: la confederazione che tratta con i governi e la comunità che si riconosce nei propri riti. A Milano, però, lo spazio tra le due anime si è allargato, perché sempre più spesso chi lavora non si riconosce né nell’una né nell’altra. Nei discorsi sono stati messi in fila i temi prevedibili e qualcuno meno scontato. Prevedibile la sicurezza sul lavoro, condensata in una formula già ripresa da tutti: si deve vivere di lavoro, non morire. Meno scontata l’insistenza sulla tecnologia: è stato chiesto che i lavoratori abbiano un ruolo attivo nell’uso delle nuove tecnologie, non quello di semplici destinatari. È la frontiera su cui il sindacato confederale si gioca di più, perché l’algoritmo non organizza solo il lavoro povero delle consegne ma, sempre più, anche quello qualificato degli uffici.

Il passaggio più milanese è toccato a Luca Stanzione, segretario della Camera del Lavoro. Nell’accogliere la platea ha ricordato che non è un caso se la Confederazione è nata qui, negli anni del socialismo, della cooperazione e del mutualismo. Poi ha rovesciato la prospettiva: il momento delicato che Milano attraversa può diventare il punto da cui guardare il Paese. È una tesi sulla quale Stanzione insiste da tempo, cioè quella di una crescita che produce ricchezza e nei tempi recenti fatica a redistribuirla. Detta alla Scala, davanti al sindaco, assume il peso di un programma. Stanzione la declina come una scommessa: Milano, con i suoi circa 450 mila lavoratori della conoscenza, può diventare la città dei saperi, a patto di investire su di loro più che sulla rendita.

Poi c’è la fotografia politica. Per il governo era presente la ministra del Lavoro Marina Calderone, ma in platea, attorno al sindaco Sala, sedeva quasi al completo un centrosinistra che non ha ancora deciso né il candidato né il modo di sceglierlo, mentre il centrodestra dal canto suo non ha ancora un nome per Palazzo Marino. Il sindacato entra nella campagna come attore sociale di primo piano, ma c’è una domanda alla quale farebbe bene a rispondere subito: sarà interlocutore di tutti i candidati o parte di uno schieramento? Il dilemma è antico quanto la Confederazione, che già nel 1906 discuteva del rapporto con i partiti. Su quel crinale si capirà quanto la Cgil milanese saprà pesare nel 2027.

Il nodo vero, comunque, sta fuori dal teatro. Lo dicono i dati che la stessa Camera del Lavoro raccoglie nel dossier “Milano al Lavoro”: i contratti brevi crescono, le stabilizzazioni calano, e una parte crescente del lavoro milanese sfugge alla rappresentanza tradizionale. Il sindacato è nato per rappresentare chi aveva un mestiere riconoscibile, una fabbrica e un contratto di categoria. Oggi a Milano una quota crescente di lavoratori non ha nessuna delle tre cose. Il rider che risponde a un’applicazione, la cameriera chiamata per un fine settimana, il creativo con la partita Iva che lavora per tre agenzie: per loro la categoria è un’astrazione e il datore di lavoro, a volte, un software.

Qui la storia del 1906 torna utile in un modo che le celebrazioni non hanno sottolineato. La Confederazione nacque con una doppia struttura: le federazioni di mestiere, verticali, e le Camere del lavoro, orizzontali e radicate nel territorio. Nel Novecento il peso maggiore è stato delle prime. Il lavoro frammentato rimette al centro le seconde, perché chi non ha una categoria ha comunque una città, un quartiere, un affitto da pagare. Una Camera del Lavoro capace di essere sportello, presidio legale e luogo di contrattazione territoriale con il Comune e con le grandi piattaforme potrebbe raggiungere chi oggi non si sente rappresentato da nessuno.

È anche il terreno su cui il sindacato e la prossima amministrazione dovranno incontrarsi, chiunque la guidi: appalti, servizi esternalizzati, lavoro nei grandi eventi che la città continua ad attrarre, lavoro digitale, perfino intelligenza artificiale. Più di qualsiasi applauso, sarà questo il bilancio dei centovent’anni.