Le Ragioni di Israele
Chi rinnega il Board of Peace non ha a cuore il futuro di Gaza: non esistono alternative, se non il conflitto
La prospettiva che la Striscia, libera dai terroristi, possa essere ricostruita indispettisce diversi Paesi.
Ha suscitato parecchio sdegno il rendering dei grattacieli e delle spiagge di Gaza mostrato l’altro giorno a Davos dall’entourage di Donald Trump. Reazione curiosa. Altrettanta indignazione, infatti, non ha mai prodotto la scena di Gaza galleggiante su una rete di tunnel, manufatta con i soldi della cooperazione internazionale per trasformare la Striscia nella più attrezzata centrale terroristica del mondo. Non avevano il difetto, quelle architetture sotterranee, di porsi a sopruso coloniale come invece fanno i progetti del “Board of Peace”, così sconsiderati da non tenere nel giusto conto la base programmatica alternativa propugnata dalla Flotilla e da Greta Thunberg.
Impegnati a denunciare l’orrore per la prospettiva che Gaza sia ricostruita per farci un posto di sviluppo e di vita possibilmente normale (meno poetico del regime di Intifada continua, siamo d’accordo), quegli indispettiti hanno modo di non occuparsi del problema vero: e cioè del fatto che nulla sarà ricostruito – tanto meno per durare – se prima non saranno distrutte le capacità offensive delle forze terroristiche ancora esistenti a Gaza. Dovrebbe essere la preoccupazione di tutti e non è la preoccupazione di nessuno, salvo che di Israele. Un contributo utile – da parte di chi si dice interessato alla soluzione del conflitto e alle sorti della popolazione palestinese – risiederebbe in un lavoro di protezione del ruolo che l’Onu, non il malefico Trump, ha attribuito al “Board of Peace”. Un ruolo certamente difficile, e di efficacia tutt’altro che scontata, vista la problematica presenza di attori inopportuni come il Qatar e la Turchia.
Ma l’alternativa è la guerra. Ed è un’alternativa alle viste, per nulla remota, se la priorità di deradicalizzazione della Striscia viene accantonata. Perché forse non l’hanno capito quelli come il signore francese con gli occhiali da sole, o come il banchiere divenuto primo ministro del Paese, il Canada, con il più alto tasso di antisemitismo di tutto il continente americano, per non dire di quelli che pensano di risolverla sventolando l’impedimento costituzionale. Forse loro non l’hanno capito, ma la realtà è andata avanti (tragicamente avanti), e Israele non accetterà mai che Gaza possa essere ancora un pericolo per lo Stato ebraico.
Si noti, peraltro, che le fattezze del Board of Peace impensieriscono anche gli israeliani: innanzitutto, appunto, per la presenza turca e del Paese, il Qatar, che ha sempre assicurato soldi, legittimazione e protezione a Hamas. Una preoccupazione che Jared Kushner – genero di Trump e membro del Board – ha probabilmente sottovalutato quando, l’altro giorno, ha invitato le parti a voltare pagina senza tante storie, svilendo al rango di una questioncella il timore che il Board of Peace diventi lo scudo protettivo del potere di Hamas anziché il bulldozer che lo rimuove. Tutti dovrebbero avere a cuore che questa creatura diventi adulta facendo ciò per cui è nata. E tutti dovrebbero capire che, se non succede, a rimetterci sarà molto meno Israele che Gaza. Perché, con Hamas al potere, Israele avrà un futuro di guerra; ma, con Hamas al potere, Gaza non avrà nessun futuro.
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