Nella vicenda che ha portato all’uccisione dello spacciatore da parte del poliziotto Cinturrino, il dibattito pubblico sembra essersi cristallizzato attorno a due elementi: l’ipotesi di omicidio volontario e la successiva alterazione della scena del crimine, con il posizionamento di una pistola finta accanto al corpo della vittima. Entrambi sono aspetti gravissimi, senza dubbio. Ma c’è un dettaglio che rischia di passare in secondo piano e che, invece, è quello che cambia radicalmente la prospettiva giuridica, morale e umana dell’intera vicenda: il ritardo di 23 minuti nella chiamata dei soccorsi.

Cinturrino, il ritardo nella chiamata dei soccorsi

All’inizio dei fatti, va ricordato, il quadro appariva molto diverso da quello emerso dopo. Nell’immediatezza, non si sapeva nulla delle condotte illecite successive allo sparo, né della simulazione. Si parlava di un intervento di polizia conclusosi tragicamente, in un contesto in cui la vittima sembrava armata. In una fase del genere, l’ipotesi di omicidio volontario non era affatto scontata: erano astrattamente configurabili fattispecie ben più blande, come l’eccesso colposo di legittima difesa putativa o l’omicidio colposo. Solo dopo l’emersione di ulteriori elementi, l’ipotesi più grave ha iniziato ad assumere una sua coerenza investigativa.

Cinturrino, l’idea di un’intenzione volontariamente omicida

Anche oggi, sul piano strettamente ricostruttivo, resta quantomeno discutibile l’idea di un’intenzione volontariamente omicida. La circostanza che la pistola finta non fosse nella disponibilità dell’agente prima dei fatti, rende poco credibile l’ipotesi che l’uccisione fosse programmata o voluta. È più verosimile che lo sparo sia avvenuto a scopo intimidatorio, per errore percettivo in una situazione di forte stress, o addirittura in modo accidentale. Saranno le perizie balistiche a chiarire, ad esempio, se il colpo sia stato diretto o frutto di un rimbalzo, elemento che inciderebbe in modo decisivo sulla qualificazione giuridica del fatto. La simulazione della scena del crimine rappresenta certamente un punto di non ritorno sotto il profilo penale e deontologico, essendo inconcepibile accettare un simile comportamento da parte di un poliziotto. E tuttavia, pur senza giustificarla, non è difficile riconoscere in quel gesto una reazione umana, dettata dal panico e dal tentativo disperato di salvare il proprio futuro e la propria carriera dopo un evento irreversibile. È una spiegazione antropologica, non un’assoluzione.

In 23 minuti si entra nel campo delle scelte

Ma è qui che entra in gioco il vero spartiacque. Perché quella spiegazione smette di reggere nel momento in cui si accerta che la vittima era ancora viva, agonizzante, e che per 23 minuti non sono stati chiamati i soccorsi. In quel lasso di tempo non si è più davanti a una reazione istintiva o a una decisione presa sotto shock immediato: si entra nel campo delle scelte consapevoli. La priorità non è più la vita di chi giace a terra, ma la gestione delle conseguenze personali. Ed è questo il punto che trasforma una vicenda potenzialmente colposa in qualcosa di ben più grave, anche sul piano morale prima ancora che giuridico. Se la vittima fosse morta sul colpo, il ragionamento “la frittata ormai è fatta” potrebbe persino apparire comprensibile, pur restando inaccettabile. Ma davanti a una persona ancora viva, nulla può giustificare il ritardo nei soccorsi.

Colpisce che proprio questo aspetto, il più devastante in termini umani, morali e etici, venga spesso trattato dai media come un dettaglio accessorio, mentre l’attenzione si concentra soprattutto sulla simulazione. Eppure, è in quei 23 minuti che la vicenda cambia natura. È lì che si spezza la linea sottile tra errore tragico e disumanità. È lì che il giudizio non può più limitarsi alla dinamica dello sparo, ma deve interrogarsi sulla responsabilità piena delle scelte successive. Responsabilità e biasimo che va senz’altro esteso anche agli altri agenti che erano lì e non hanno chiamato subito i soccorsi.
In una storia così delicata, la prudenza è d’obbligo. Ma se davvero si vuole comprendere cosa sia accaduto – e perché oggi il caso susciti una reazione così profonda – occorre avere il coraggio di guardare proprio dove il silenzio pesa di più: in quei 23 minuti che dicono molto più di qualsiasi pistola finta.