Con un inizio di fuoco, il 2026 si candida ad essere l’anno in cui gli Stati Uniti tornano sulla scena, rispolverando quel credo reaganiano per cui la pace si ottiene attraverso la forza.

Nicolás Maduro, il dittatore venezuelano, è stato catturato e ora, assieme alla moglie, sarà processato. Mentre Mosca lamenta la violazione del diritto internazionale (sì, avete letto bene) e Pechino chiede la liberazione immediata di Maduro e consorte, gli Usa si preparano a supervisionare la transizione politica a Caracas e a controllare il petrolio venezuelano. È tornata a Washington la Dottrina Monroe, e ora si guarda con interesse strategico all’America Latina, “cortile di casa” rimasto in preda ai dittatori troppo a lungo. Profondamente legata alla sorte del Venezuela, vi è anche l’isola che ha dato i natali a Fidel Castro, di cui si festeggiano proprio quest’anno i cent’anni dalla nascita.

“Cuba è pronta a cadere – queste le parole del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump la sua economia dipendeva dal petrolio del Venezuela, ora non ricevono più nulla”. Il regime comunista di L’Avana è da tempo in ginocchio: i blackout sistemici, la rete idrica a singhiozzo, le epidemie, l’inflazione alle stelle, l’altissima prostituzione giovanile, o il crollo del turismo sono solo alcune variabili di una crisi profonda, per non parlare del peso dell’embargo statunitense sull’economia cubana. Se Cuba non è ancora capitolata, è stato probabilmente soltanto grazie al petrolio a basso costo, se non addirittura gratis, che dal 2000 – anno d’entrata in vigore dell’Accordo di cooperazione con il Venezuela – viene esportato nell’isola in cambio di servizi.

Sotto il presidente Hugo Chávez, Caracas riusciva a soddisfare pienamente la domanda cubana (oltre 100mila barili di petrolio al giorno venivano inviati); poi, con Maduro e il progressivo crollo dell’economia venezuelana, le quantità esportate sono andate man mano a ridursi, sino a 27mila barili giornalieri. Insomma, L’Avana da tempo riceveva il minimo indispensabile dal suo alleato per sopravvivere. Ora che dal giorno alla notte le spedizioni si sono interrotte, si percepisce quanto il blitz statunitense sia stato un durissimo e – assolutamente non da escludere – fatale colpo per Cuba. La sua produzione interna di petrolio arriva a malapena a 40mila barili, e con l’economia disastrosa che si ritrova non può di certo acquistarne altrove, ai prezzi di mercato correnti.

Alla Casa Bianca è viva la convinzione che Cuba sia prossima al collasso, e che – nelle condizioni in cui versa – si tratti di un collasso imminente che di fatto rende addirittura superflua qualsiasi azione Usa. “Non penso sia necessario agire lì”, ha dichiarato Trump. Dello stesso avviso è il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America Marco Rubio, figlio di esuli cubani, che da sempre annovera tra le sue battaglie politiche la lotta contro il regime dell’isola.

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.