La giornata nazionale
Cyberbullismo, ferite reali dietro lo schermo: oltre un milione di adolescenti colpiti
«C’è un gran lavoro distruttivo da compiere», scriveva Tristan Tzara nel Manifesto del Dadaismo. Nel caso del cyberbullismo, però, non si tratta di nichilismo, bensì della concreta possibilità di demolire stereotipi, arcaiche volontà di potere e il retaggio tossico di una cultura della sopraffazione che nel bullismo trova una delle sue espressioni più allarmanti. In occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, Telefono Azzurro ha diffuso dati che restituiscono l’immagine di un presente sempre più inquietante. Secondo l’Istat, il 68,5% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni ha subito episodi di violenza o di esclusione. Nel solo 2024, oltre un milione di adolescenti ha vissuto esperienze di cyberbullismo, a conferma di come l’ambiente digitale sia ormai uno dei principali luoghi di rischio per i più giovani.
Nei primi mesi del 2025, Telefono Azzurro ha gestito in Italia 181 casi di bullismo e 24 di cyberbullismo. Le segnalazioni riguardano soprattutto attacchi legati alle caratteristiche fisiche, che rappresentano il 72,5% dei casi di bullismo e il 9% di quelli online. Seguono le motivazioni di tipo culturale e quelle legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere: episodi numericamente meno frequenti, ma spesso particolarmente traumatici per le vittime. Preoccupa anche il dato secondo cui il 32% degli adolescenti dichiara di aver agito almeno una volta come cyberbullo. Le forme di aggressione più diffuse sono gli insulti nelle chat di gruppo, con differenze di genere nelle modalità: più dirette e pubbliche tra i ragazzi, più indirette e relazionali tra le ragazze.
«Per contrastare bullismo e cyberbullismo serve un impegno coordinato: è la rete che fa la differenza», sottolinea Ernesto Caffo, presidente di Fondazione Telefono Azzurro. Proprio il 7 febbraio, l’organizzazione ha lanciato la campagna di sensibilizzazione Il cyberbullismo fa male davvero, con l’obiettivo di dare visibilità a un fenomeno spesso invisibile, in cui paura, isolamento e difficoltà a chiedere aiuto impediscono alle vittime di emergere. In questo scenario distopico, l’Italia resta uno dei pochi Paesi europei in cui l’educazione sessuo-affettiva non è obbligatoria nelle scuole. Le giornate simboliche, come le parole morettiane, sono importanti. Ma la formazione delle nuove generazioni non può essere affidata a un episodico e sterile richiamo alla coscienza: richiede un’educazione strutturata, continua, capace di contrastare fin dall’infanzia la cultura della sopraffazione. Insomma, c’è un algoritmo esistenziale tutto da costruire.
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