Letture
Un problema analitico del XXI secolo
Da Trump a Milei, si fa troppo presto a dire “fascisti”: lo storico Federico Finchelstein analizza le tentazioni autoritarie
Si concentra sui leader pericolosi per la democrazia, ma forse semplifica un po’
Populisti, conservatori reazionari, fascisti: sarebbe meglio specificare, analizzare, distinguere. “Aspiranti fascisti” è una sorprendente formula che però si presta ad equivoci (forse s’intende “potenzialmente fascisti”?) perché rischia di confondere le idee. Di non discernere, direbbe la Chiesa.
Comunque, l’agevole libro di Federico Finchelstein, che insegna alla New School for social research di New York (“Aspiranti fascisti – Vademecum per contrastare la più grave minaccia alla democrazia”, prefazione di Nadia Urbinati, Donzelli), è per molti versi interessante perché fa i conti con una realtà dominata dalle destre con uno sguardo globale. Lo storico argentino mette insieme le figure-guida di questa fase storica: Trump, Modi, Milei, Netanyahu, Orbán. E, nel calderone, c’è anche Giorgia Meloni. Tutti leader che «non sostengono apertamente il fascismo, ma gravitano verso stili e comportamenti politici di stampo fascista e rappresentano una pericolosa minaccia alla democrazia. Leader populisti come Trump non sono ancora fascisti poiché non hanno (ancora) distrutto la democrazia».
Secondo Finchelstein, dei quattro pilastri del fascismo – la violenza e la militarizzazione della politica, le bugie e la propaganda, la xenofobia, la dittatura – i primi tre sono già pienamente operativi in molti contesti politici attuali: manca solo il quarto. Nadia Urbinati nella prefazione al volume scrive che «con Finchelstein seguiamo il percorso storico del populismo come forma addomesticata assunta dal fascismo nel secondo dopoguerra». La discussione sul nesso, o addirittura l’intima coerenza, tra populismo e fascismo è aperta a varie ipotesi, dando per scontato che storicamente il primo è lievito per il secondo.
Nel XXI secolo – è la tesi di Finchelstein – è apparsa una nuova forma di populismo che, a differenza di quella precedente, non è più interessata a mantenere, pur con tutti i tentativi di controllarle già emersi, le regole del gioco democratico. Per cui, si tratta di leader e movimenti che spingono nella direzione di caratteristiche che non sono più quelle del populismo, quanto piuttosto del fascismo stesso.
Per questo lo storico parla di «aspiranti fascisti» o di «fascisti incompleti». Costoro non sostengono apertamente il fascismo, ma procedono verso stili e comportamenti politici di stampo fascista, incarnando una pericolosa minaccia per la democrazia. Tuttavia, c’è da chiedersi se sia corretto parlare di un fascismo senza dittatura senza entrare in contraddizione. Il tentato colpo antidemocratico di Trump dopo la vittoria di Joe Biden è un pericoloso campanello d’allarme, ma non è automatico che tutti i vari leader della destra siano disposti a usare la violenza o instaurare dittature. Speriamo, almeno.
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