Il vertice informale di Alden Biesen e il pre-summit convocato da Italia, Germania e Belgio hanno confermato una verità lapalissiana: l’Europa è da troppo tempo ferma al palo e non può restarci. Le pressioni globali, acuite dalla competizione sistemica dello scenario internazionale, imponevano all’Unione di dotarsi di strumenti decisionali efficaci e moderni già da molto tempo.

Ma la pur tardiva adesione a un principio di realtà apre nuovi scenari che vanno costruiti e sostenuti con spirito costruttivo, senza nasconderci le difficoltà. Il messaggio emerso dagli incontri – politico prima ancora che tecnico – non è solo quello di definire linee comuni su semplificazione normativa, mercato unico e competitività industriale, ma di costruire l’Europa che serve. Ovviamente c’è da augurarsi che non si tratti dell’ennesimo esercizio di diplomazia comunitaria che ci ha portato alla situazione che ben conosciamo, ma l’avvio di un percorso, tutt’altro che semplice, che produce una nuova forma di consapevolezza.

L’Unione deve avanzare e deve farlo con pragmatismo, liberandosi da vecchie ritualità, illusioni e dogmatismi che ne hanno rallentato il cammino. In questo quadro, risulta evidente come la semplice abolizione del voto all’unanimità non possa essere considerata la panacea dei problemi strutturali dell’Unione. Abbandonare l’unanimità tout court, senza una riforma più profonda della governance comunitaria, rischierebbe persino di amplificare la disomogeneità delle scelte e di creare nuove asimmetrie di potere. La democrazia, infatti, non è solo un meccanismo decisionale, ma è anche e soprattutto rappresentatività. Per questo, se si vuole davvero superare il diritto di veto, la strada più equilibrata è quella di un voto ponderato a maggioranza, che rispecchi il peso demografico ed economico dei Paesi membri e riduca al minimo la possibilità che scelte decisive per centinaia di milioni di cittadini vengano bloccate, o al contrario imposte, da una minoranza della popolazione europea.

È proprio l’analisi emersa nel pre-summit che conferma quanto sia necessario rivedere gli attuali meccanismi di funzionamento. La frammentazione normativa, così come la mancata integrazione del mercato unico, genera infatti costi equivalenti a tariffe interne fino al 44 per cento per i beni e oltre il 110 per cento per i servizi. Sono dati che costituiscono un freno enorme per l’industria e la competitività europea e che indicano come, senza riforme, l’Unione continuerà a inseguire gli altri blocchi economici, restando in balia degli eventi e rischiando di rimanere ai margini delle grandi trasformazioni globali. Tuttavia, qualora non vi fosse oggi la forza politica sufficiente per riformare in profondità i Trattati e quindi la struttura decisionale dell’Unione, sarebbe giusto, legittimo e doveroso avanzare, circostanza comunque non semplice, sulla base di cooperazioni rafforzate, adottando uno strumento già previsto dall’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea (TUE) e regolato dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Si tratterebbe di un’Europa “a geometria variabile”, su base volontaria, che non crea cerchi o assi privilegiati, ma consente a chi, per convinzione o convenienza, intende approfondire il processo di integrazione di farlo.

Il superamento della logica degli “assi preferenziali”, in grado di condizionare molti e che tanto danno ha fatto nei decenni passati, è un passo decisivo per costruire libere convergenze senza condizionare nessuno. Ed è proprio qui che il pragmatismo diventa una virtù politica essenziale. Continuare a dibattere sul modello di integrazione esistente, ventilando l’idea di un’Europa federale, ossia attardandosi in un dibattito che richiederebbe una visione e una coesione oggi non disponibile, rischia di paralizzare le decisioni proprio nel momento in cui il contesto internazionale chiede agli Stati europei risposte rapide e credibili. Lo scenario globale non aspetta, come dimostrano le crescenti pressioni economiche, la corsa tecnologica, la sfida energetica e il riacutizzarsi di dinamiche geopolitiche che mettono alla prova la stabilità del continente. L’Europa deve quindi muoversi. E deve farlo con determinazione. Avanzare insieme sarebbe l’ideale. Avanzare con chi vuole è una soluzione possibile e da esplorare. Perché, come dimostrano i lavori di Alden Biesen, solo un’Unione capace di decidere potrà garantire competitività, sicurezza e prosperità ai propri cittadini nei decenni a venire.