L’Italia è uno dei Paesi più ricchi e protetti del mondo. Ed è anche uno dei Paesi che cambiano più lentamente. Non per mancanza di risorse o di competenze, ma perché la stabilità ha ridotto al minimo la pressione al cambiamento. È una condizione che riguarda gran parte dell’Europa occidentale: quando il rischio non è più necessario per sopravvivere, il sistema smette progressivamente di trasformarsi. Negli anni Sessanta, un esperimento scientifico lo aveva già mostrato con estrema chiarezza.

Che cos’era Universe 25

L’etologo americano John B. Calhoun costruì quello che chiamò Universe 25: un ecosistema chiuso per topi progettato per eliminare ogni forma di scarsità. Cibo illimitato, acqua in abbondanza, assenza di predatori, spazio sufficiente. Nessuna competizione per le risorse, nessuna pressione esterna. Nella prima fase, la popolazione crebbe rapidamente. Poi il sistema iniziò a deteriorarsi. I comportamenti sociali cambiarono in modo radicale: aumento dell’aggressività, isolamento, perdita dei ruoli. Ma soprattutto avvenne il passaggio decisivo: la riproduzione si arrestò. Non per cause biologiche, ma per disgregazione del comportamento. Le femmine smisero di accudire i piccoli, i maschi persero qualsiasi funzione sociale. La natalità crollò fino ad azzerarsi. Calhoun definì questa fase behavioral sink: il collasso del comportamento prima ancora di quello biologico. La colonia si estinse pur avendo cibo, spazio e sicurezza. All’interno di Universe 25 emerse anche una categoria particolare, destinata a diventare simbolica: i “beautiful ones” (i belli). Individui fisicamente sani, che non combattevano, non si riproducevano, non partecipavano alla vita collettiva. Passavano il tempo a nutrirsi, dormire e curare ossessivamente il proprio aspetto. Erano protetti, ma sterili. Integrati biologicamente, ma socialmente inutili.

Universe 25, quando la sopravvivenza era garantita a prescindere dal comportamento

Il punto centrale dell’esperimento non era la sovrappopolazione — interpretazione spesso ripetuta in modo impreciso — ma l’assenza di pressione. In Universe 25 la sopravvivenza era garantita a prescindere dal comportamento. E quando il comportamento non ha più conseguenze, il sistema smette di produrre futuro. Questa dinamica non è confinata a un laboratorio. È una chiave utile per leggere le società occidentali mature. Italia ed Europa non vivono una crisi di risorse. Vivono una crisi di necessità. Sono sistemi ricchi, sicuri, iper-protetti, nei quali la stabilità è diventata la condizione normale. Per decenni questo è stato l’obiettivo dello sviluppo. Oggi ne rappresenta il limite principale. Il politologo Ronald Inglehart lo aveva descritto parlando di post-materialismo: quando i bisogni primari sono soddisfatti, le società spostano l’attenzione dalla crescita alla difesa dell’esistente. Non è un giudizio morale, ma un adattamento strutturale. Il problema è che, senza nuove tensioni, l’energia collettiva smette di tradursi in dinamica economica e sociale. Anche Edward O. Wilson aveva osservato che i sistemi sociali prosperano solo finché l’ambiente impone vincoli. Quando i vincoli scompaiono, si interrompono selezione, innovazione e leadership. Resta l’amministrazione dell’esistente. I “beautiful ones” di Calhoun sono una metafora inquietante dell’Occidente contemporaneo. Individui istruiti, protetti, spesso competenti, ma progressivamente sganciati dalla competizione sociale.

I Neet di oggi

Nel mondo occidentale, questa condizione assume una forma precisa: i NEET. Non poveri in senso classico, ma fuori dal circuito produttivo, relazionale e generativo. Non espulsi dal sistema, ma ritirati per mancanza di incentivi reali. L’Italia incarna questa dinamica in modo emblematico. È una potenza industriale ed esportatrice, con un risparmio privato elevato e una posizione geopolitica centrale nel Mediterraneo. Eppure cresce poco, rischia meno, perde capitale umano. Non perché manchino i mezzi, ma perché il sistema ha ridotto al minimo le conseguenze dell’inazione. Lo mostrano i dati demografici prima ancora di quelli economici: denatalità, invecchiamento, fuga dei giovani più ambiziosi. Non è solo una questione di stipendi. È una questione di aspettative. I giovani italiani cercano contesti in cui il futuro non sia già chiuso.

Nel Mediterraneo allargato la dinamica è opposta. Nord Africa, Medio Oriente e parte dell’Africa subsahariana vivono condizioni più instabili, ma proprio per questo sono attraversati da una pressione continua al cambiamento. Demografie giovani, economie in costruzione, Stati incompleti: tutto è più rischioso, ma tutto è aperto. L’Europa, al contrario, assomiglia sempre più a Universe 25: un grande spazio ordinato, efficiente e sicuro, in cui però la capacità di generare futuro si riduce. Il benessere è una conquista storica, ma senza nuove sfide, paradossalmente, produce malessere. Se l’Italia e l’Europa non vogliono fare la fine dei topi di Calhoun, devono tornare a darsi una sfida reale. Non per crescere di più, ma per restare vive.

Alberto Bertini

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