L'editoriale
L’ordine mondiale è stagnante e la società invecchia. Il declino italiano sta diventando un modello globale
C’è un saggio, firmato da Michael Beckley sull’ultimo numero di Foreign Affairs, che va letto non come un’analisi geopolitica, ma come un preoccupante squarcio sul nostro futuro. Il titolo è “The Stagnant Order”, l’ordine stagnante. La tesi smonta la narrazione a cui ci siamo abituati negli ultimi vent’anni: quella dell’inesorabile ascesa del “Sud Globale” e della fine dell’egemonia occidentale per mano di nuove potenze.
Beckley parte dal 1898, quando Lord Salisbury divideva il mondo in nazioni “vive” (in ascesa industriale) e “morenti” (imperi in rovina). Oggi, scrive l’autore, quell’era è finita. Per la prima volta dopo secoli, nessun paese cresce abbastanza velocemente da ribaltare l’equilibrio globale. Il club delle nazioni morenti si è allargato notevolmente. La Cina, l’ultima grande ascesa, ha toccato il picco. Giappone, Russia ed Europa sono in stallo da un decennio. E gli Stati Uniti hanno guai enormi — debito e disfunzioni politiche — ma resistono solo perché i rivali affondano più in fretta.
Spesso confondiamo il declino relativo americano con l’ascesa degli altri, ma è un errore ottico. L’ascesa del “resto del mondo” si sta in effetti invertendo. Tra il 2000 e il 2010, il PIL della Cina era balzato dal 12 al 41% di quello statunitense. Sembrava la fine per l’America. Poi la marea è cambiata. Dal 2020 al 2024, il PIL cinese è sceso dal 70% al 64% di quello USA. E anche il Giappone è crollato dal 22% al 14%. I motori che hanno spinto le grandi potenze — tecnologia trasformativa e boom demografici — si sono spenti. E non è il caso di illudersi con l’Intelligenza Artificiale, dice Beckley: per quanto brillante, non sta rifacendo la vita come fecero l’elettricità o il motore a vapore (su questa valutazione mi sentirei di dissentire, ma non è il punto focale). Mentre è certo che i colli di bottiglia dell’economia moderna sono fisici: gli ospedali hanno bisogno di infermieri, non di scansioni più veloci; i ristoranti cercano cuochi, non tablet.
Quando poi plana sulla demografia, Beckley ci porta direttamente in “zona Italia”. Nei prossimi 25 anni, gli USA guadagneranno circa 8 milioni di adulti in età lavorativa, mentre nel frattempo i rivali crolleranno. La Cina perderà 240 milioni di lavoratori, più dell’intera forza lavoro dell’UE. In Europa, solo la Germania perderà 8 milioni di lavoratori (il 15,6% della forza lavoro). E l’Italia? Noi siamo l’avanguardia di questo inverno. Perderemo circa 10 milioni di lavoratori (un calo drammatico del 27,5%) e dovremo sostenere 4,3 milioni di pensionati in più: sono numeri che dovrebbero essere appesi in ogni ufficio ministeriale.
Dunque la Cina, vista da molti come il futuro padrone del mondo, è l’esempio massimo di questo blocco. Il suo modello non regge più. Per generare crescita, Pechino ha inondato il sistema di credito: il sistema bancario vale 59 trilioni di dollari, tre volte il PIL. Ma gran parte di questo debito è affondato in appartamenti vuoti e fabbriche in perdita. Il crollo immobiliare ha cancellato 18 trilioni di dollari di ricchezza delle famiglie. Xi Jinping ha trasformato l’autocrazia in una camicia di forza, provocando fuga di capitali e cervelli.
Che mondo ci aspetta, dunque? La stagnazione non porta necessariamente la pace. Le potenze in declino diventano aggressive. Russia e Cina minacciano i vicini forse proprio perché sanno che il tempo gioca a loro sfavore. Cercano con le armi quella legittimità che non ottengono più con lo sviluppo. È il revanscismo del declino. Tuttavia, c’è un risvolto inaspettato: la possibilità di una “pace geriatrica”. Nel 1914, l’età media delle grandi potenze era sui vent’anni. Oggi supera i 40 ovunque, tranne che negli USA. Società vecchie, stanche, preoccupate per le pensioni, potrebbero essere strutturalmente meno propense a lanciarsi in guerre totali.
Ed è qui che il cerchio si chiude. In Italia non serve che qualcuno ci dica di “smettere di credere alla crescita infinita”, perché a quella favola non crede più nessuno: siamo fin troppo appiattiti su una retorica della stagnazione che ci paralizza. Ma la verità di Foreign Affairs è più radicale: il “modello italiano” – crescita zero, invecchiamento, gestione dell’esistente, avversione al rischio – sta diventando il modello globale. Siamo stati i pionieri di questo ordine stagnante. Il resto del mondo ci sta raggiungendo. Ovviamente nessuna medaglia per questo primato. Mal comune, questa volta, non è mezzo gaudio: è solo la conferma che il nostro declino non era un incidente di percorso, ma l’anticipazione di un destino comune. L’ascensore sociale si è rotto per tutti, e noi, che siamo fermi al piano terra da trent’anni, sappiamo meglio di chiunque altro che ancora nessuno è in grado di ripararlo.
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