La guerra in Ucraina, che entra ormai nel suo quinto anno, è una sfida senza precedenti per l’industria bellica europea. Soprattutto perché la Russia, che ha convertito il proprio sistema in un’economia di guerra in grado di resistere ai colpi delle sanzioni, dell’isolamento e delle spese dell’invasione, non ha intenzione di rallentare il ritmo dei suoi programmi militari. Le parole del capo della direzione operativa principale dello Stato maggiore russo, Sergei Rudskoi, sono state chiare. Parlando a “Krasnaya Zvevda”, rivista del ministero della Difesa, l’alto ufficiale ha ribadito due punti-chiave dei piani di Mosca. Il primo è rappresentato dallo “sviluppo delle forze nucleare strategiche”, definito come “l’elemento chiave per scoraggiare le aggressioni contro il nostro Paese”.

E proprio per questo, Rudskoi ha confermato che la Russia sta aumentando le capacità di tutta la triade nucleare. Ma gli obiettivi di Mosca riguardano anche i missili. E il secondo punto evidenziato dal primo vicecapo di Stato maggiore è quello dello sviluppo di “nuovi sistemi di armi missilistiche ipersoniche”. La minaccia è chiara, e lo sa bene l’Ucraina, da anni soggetta alla pioggia di fuoco del Cremlino. E per rispondere a questa sfida, l’Europa, gli Stati Uniti e la Nato hanno avviato da tempo una duplice strategia: da un lato, cercare di inviare più armi possibile all’Ucraina; dall’altro, rendere il Vecchio Continente più preparato a uno scenario di conflitto.

Due linee che coinvolgono inevitabilmente i rapporti tra America ed Europa, complicati anche per le divergenze tra l’amministrazione Usa e l’Ue in chiave industriale e finanziaria. Donald Trump vuole che i partner al di là dell’Atlantico comprino armi e mezzi “made in Usa”. E questo è il perno su cui ruota, ad esempio, il Purl (Prioritized Ukraine Requirements List), l’iniziativa con cui i Paesi europei si impegnano a comprare armi e sistemi americani da inviare poi a Kyiv. In base ad alcune indiscrezioni di stampa, un rapporto dello Special Inspector General Usa al Congresso ha parlato di un impegno di 2 miliardi di dollari da parte di sei Paesi Nato: una cifra che andrebbe calcolata per il periodo tra agosto 2025 e primo trimestre del 2026.

Questa settimana, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che i contributi attraverso il sistema Purl hanno raggiunto i 584 milioni di dollari dall’inizio di questo anno. Fondi che sono arrivati da Islanda, Lettonia, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia. I missili da difesa aerea di fabbricazione americana rimangono “i più efficaci nel contrastare le minacce balistiche russe” ha affermato Zelensky, ricordando la necessità di “proteggere la nostra rete energetica durante il freddo invernale”. Ma tra Europa e Usa c’è in corso anche una profonda discussione su come debba avvenire questo riarmo e come debba essere finanziato questo rafforzamento militare degli Stati membri della Nato. E lo scontro sta diventando sempre più duro. Washington non vuole che il Vecchio Continente si riarmi investendo soltanto nella propria industria bellica.

E, secondo Politico, l’amministrazione Trump starebbe facendo enormi pressioni sui Paesi europei, al punto da minacciare ritorsioni in caso di misure “protezionistiche ed escludenti”. A intervenire è stato direttamente il Pentagono, quello che ora è il Dipartimento della Guerra, si è opposto a qualsiasi tentativo dell’UE di limitare l’accesso dei produttori di armi americani al mercato europeo e ha avvertito che ciò avrebbe innescato una risposta reciproca. Bruxelles vorrebbe modificare la legislazione sugli appalti per la difesa in modo da alimentare la produzione continentale e sostenere l’obiettivo dell’autonomia strategica Ue, specialmente dopo le ultime pesanti tensioni con Donald Trump. Ma Washington ha avvertito che si oppone “a qualsiasi modifica alla direttiva che possa limitare la capacità dell’industria statunitense di sostenere o altrimenti partecipare agli appalti nazionali per la difesa degli Stati membri dell’Ue”. E questo è un ulteriore segnale di come le relazioni transatlantiche possano incontrare un nuovo pericoloso scoglio. Pericolo per la Nato ma anche per l’Ucraina.