Le Ragioni di Israele
È ora di approvare una legge unitaria contro l’antisemitismo. La sinistra ha perso la bussola
Il diritto dei palestinesi a una patria è un obiettivo condannato a perdere dal fanatismo islamico. Al riconoscimento reciproco serve dialogo, alla pace serve la fine dell’ondata discriminatoria
Il dibattito che si è aperto attorno al disegno di legge Delrio contro l’antisemitismo non riguarda solo una questione normativa, ma è il termometro della crisi che attraversa le società occidentali e, nel caso italiano, testimonia una profonda crisi culturale, ancor prima che politica, dello schieramento progressista che, dopo gli equivoci dei recenti anni, torna alle origini e manifesta la sua naturale propensione verso le pulsioni più estreme e radicali.
Non siamo soltanto in presenza di un irrigidimento ideologico ma di un processo di ridefinizione identitaria che, nel tentativo di distinguersi e opporsi dalla maggioranza, anche su temi che richiederebbero una visione comune o quantomeno non conflittuale, occhieggia a mondi e linguaggi che sarebbe doveroso lasciare fuori dal dibattito politico e istituzionale. Questa tensione verso l’estremo si traduce in una visione della società che privilegia la rottura rispetto alla mediazione e in un’apertura verso modelli culturali e sociali che attingono tanto dalle esperienze antagoniste quanto dalle nuove forme di attivismo globale.
La verità e che questa sinistra, anche su questo terreno, ha perso la bussola. E, nella circostanza, non si usi a sproposito Bettino Craxi. Il leader socialista difese la causa palestinese senza mai essere contro Israele, promosse il dialogo con i socialisti israeliani nell’alveo dell’Internazionale Socialista e lavorò sempre a mediazioni capaci di tenere insieme la sicurezza di Israele e i diritti legittimi dei palestinesi. La sua postura, sempre critica verso la lotta armata e il terrorismo in quanto destinati a non portare nulla e sempre orientata all’incontro politico tra israeliani e palestinesi, resta un riferimento. Infatti, è del tutto evidente che disapprovare le scelte di un governo amico e alleato, a cui io stessa in incontri pubblici e istituzionali non ho mai risparmiato critiche, rientri nel legittimo diritto di critica. Ma trasformare un giudizio, anche severo, in una continua delegittimazione dello Stato israeliano è un errore grave che non giova né alla causa di libertà del popolo palestinese – che a tutti noi sta a cuore – né all’individuazione di soluzioni possibili per un duraturo processo di pace.
Il diritto del popolo palestinese a una patria resta una condizione imprescindibile per la pace. Ma è una battaglia che non trova forza, ragioni, nella demonizzazione dell’altro. Al contrario, consegnare la causa palestinese nelle mani dei fanatismi, dell’estremismo islamico, è il modo più sicuro per condannarla a sicura sconfitta. Negare questa realtà, come negare che in Israele esiste una magistratura indipendente, una stampa libera e un’opposizione, politica e civile, che liberamente riempie le piazze, equivale ad ingenerare pericolosi equivoci destinati ad alimentare tensioni, dentro e fuori il contesto mediorientale, e dare la stura a tensioni che, sempre più spesso, si traducono in episodi di antisemitismo. I dati nostrani mostrano un aumento senza precedenti degli episodi antisemiti.
Nel 2024 l’Osservatorio della Fondazione CDEC ha classificato il doppio degli episodi del precedente anno, con un picco online e un intreccio fra antisionismo e stereotipi tradizionali. Sono numeri che descrivono un fenomeno strutturale, accentuato dalle vicende post 7 ottobre. Per questo non basta indignarsi. Serve piuttosto una risposta culturale e legislativa. E proprio per questo il Parlamento è chiamato ad intervenire, avendo ben presente che la dialettica parlamentare, e ancor prima quella politica, vive di confronto e non di anatemi. Dobbiamo farlo con una discussione alta, serena, trasversale – una discussione tra responsabili – funzionale ad elaborare e approvare un disegno di legge che sappia rafforzare prevenzione, educazione e conoscenza.
Non si tratta di imporre bavagli che nessuno vuole e nessuno può immaginare possano mai vedere luce, anche in virtù di quel dettato costituzionale spesso evocato a sproposito. Si tratta piuttosto di riaffermare un principio cardine che vede nella lotta all’odio non un cedimento al governo, ad un partito o ad una corrente, ma un dovere di civiltà.
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