L’Ecofin di oggi va visto come il secondo round di un’agenda economica 2026 a marce forzate per l’Unione europea. Dopo il Consiglio informale Ue di Alden Biesen, la presidente della Bce, Christine Lagarde, alla Conferenza di Monaco, ha ipotizzato l’espansione di prestiti in euro alle banche centrali extra-Ue, con l’emissione di titoli europei di prima qualità. Eventualità, questa, a cui ha risposto in maniera implicitamente positiva il Presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, entrando in consiglio ieri: «Di fronte ai rischi del sistema finanziario e monetario internazionale, il ruolo internazionale dell’euro è cruciale». La moneta unica può essere il rostro rompighiaccio della nave Europa. Bisogna però chiarire che a rallentare la navigazione non sono solo le acque in cui navighiamo. Ma la zavorra burocratica che abbiamo in stiva.

Ecco perché all’approccio finanziario estremamente propositivo, fanno da contraltare l’assenza di riforme in chiave di deregulation di Bruxelles; le proposte poco chiare in termini di politiche industriali comunitarie. È positiva infatti la ripresa del formato E6 o Big 6, il meeting ristretto dei ministri delle Finanze delle sei principali economie europee (Germania, Francia, Italia, Paesi Bassi, Polonia e Spagna), che ieri è tornato a riunirsi a margine dell’Eurogruppo. L’unione dei risparmi e dei capitali è la rotta obbligata affinché i 10mila miliardi di euro di risparmi al dettaglio, per lo più inattivi sui conti bancari europei, facciano da linfa ai progetti imprenditoriali del nostro continente. Su questo c’è sintonia. «La Germania è pronta», ha detto il ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil, proprio a chiusura dell’E6, il cui prossimo incontro a marzo si concentrerà sugli investimenti nella difesa.

Quando però si passa dalla pagina finanziaria a quella dell’“economia fisica”, le difficoltà rischiano di oscurare l’ottimismo. Lo scorso 11 febbraio, allo European Industry Summit di Anversa, alla presenza di Ursula von der Leyen e di oltre 500 rappresentanti dell’industria europea, è stato presentato il primo aggiornamento dell’Antwerp Declaration Monitoring Report, realizzato da Deloitte. Documento che fornisce una valutazione annuale dello stato di avanzamento della “Dichiarazione di Anversa”, lanciata lo scorso anno di questi tempi e che prevedeva un pacchetto di misure industriali di emergenza. In primis, riduzione dei costi energetici e della CO2, condizioni più eque di concorrenza e stimolo della domanda dei prodotti europei. Secondo il report, l’83% degli indicatori di competitività mostra stagnazione o peggioramento. Mentre solo il 14% degli indicatori evidenzia un chiaro vantaggio competitivo dell’Ue nel confronto internazionale. Viene allora da chiedersi se la soluzione tedesca di rilancio della filiera della difesa sia sufficiente.

I 100 miliardi di euro svincolati da Berlino per rendere di nuovo grande la Bundeswehr sollevano due incognite. A beneficio di chi sarebbero queste risorse, oltre che dei tedeschi? E soprattutto può una filiera sempre più sofisticata, in termini di progettazione, materie prime, forza lavoro, come quella della sicurezza, trainare un sistema manifatturiero composto spesso da imprese che nulla hanno a che fare con portaerei e carri armati? Intendiamoci, anche la Bussola della competitività e il rapporto Draghi mettono al centro il rilancio della difesa Ue. Trump ci sta costringendo ad accelerare.

Tuttavia, non va dimenticato che la seconda gamba del dual use è civile. L’industria cinese continua a dominare il mercato del manufatto a uso diretto del consumatore e, parallelamente, sta costruendo una potenza militare che, in un futuro lontano, sarà in grado di competere con quella Usa. C’è chi ha detto che la proposta della Bce di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro sia simile a quella applicata al renminbi da Pechino due anni fa. Che male c’è nel copiare anche le politiche industriali made in China?

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).