Recep Tayyip Erdoğan ha scalato la politica turca occupando vari ruoli di primo piano: sindaco di Istanbul negli anni ’90, poi primo ministro fino al 2014, quando si è seduto sulla poltrona presidenziale da cui non si è ancora allontanato. Le sue tendenze autoritarie sono cresciute e si sono estremizzate. Oggi la Turchia ha un significativo tasso di migrazione, con alte percentuali soprattutto fra i giovani, in cerca di opportunità lavorative e climi politici meno asfittici. Le voci critiche si sono moltiplicate, ma nelle elezioni presidenziali del 2023 Erdoğan è stato rieletto per cinque anni col 52% dei voti. Una voce di spicco fra gli espatriati turchi, in “esilio volontario” dal 2019, è Elif Shafak.

Nata a Strasburgo ma cresciuta ad Ankara con la madre e la nonna in seguito alla separazione dei genitori, ha vissuto in vari Paesi, fino ad approdare a Londra nel 2013. Scrittrice, giornalista, femminista, ha lasciato la Turchia per sottrarsi, come altre voci del dissenso, alle politiche repressive di Erdoğan. Shafak considera la scrittura uno strumento di liberazione, per costruire ponti narrando storie di popoli dimenticati come gli armeni e gli yazidi, del cui genocidio – vero, non un’iperbole da social media – si ricorda poco o niente dalle nostre parti e non è lecito parlare in Turchia. «Con la letteratura possiamo restituire umanità a persone che sono state deumanizzate, persone di cui non sentiamo mai la voce».

La sua denuncia, ripetuta nei giorni scorsi in un affollato incontro a Londra, è rivolta in modo particolare ai tentativi di omologazione, propri delle ideologie autoritarie: «Nella nostra epoca veniamo costantemente ingabbiati in definizioni da cui ci viene detto di non allontanarci. Dovremmo considerare l’identità non un blocco che ci impedisce di comunicare con chi dissente da noi ma, come alcuni pensatori dell’antichità, un cerchio che si espande per connetterci agli altri». È un pensiero in contrasto con le politiche ultranazionaliste del governo turco. «Siamo esseri complessi: sono turca ma mi sento vicina ai Balcani, al Medio Oriente, all’Europa, e ho anche un passaporto britannico. Piuttosto di adottare un’identità limitata da logiche autoritarie, mi considero una cittadina dell’umanità. Se non siamo cittadini del mondo, non siamo cittadini di alcun luogo».

Qual è l’impatto di queste politiche?
«Hannah Arendt, anche lei migrante, esiliata e rifugiata, ci ha messo in guardia contro l’atomizzazione sociale e l’alienazione che vediamo così presenti oggi. Mentre i regimi autoritari spesso non durano a lungo, la loro influenza sulla mentalità dei cittadini sopravvive alla loro caduta. In passato si parlava di Paesi “solidi”, solitamente le democrazie occidentali, e “liquidi”, in genere in altri continenti. Oggi non possiamo più considerare “solido” alcun Paese, perché siamo tutti sotto attacco da disinformazione e pregiudizio».

Il ruolo dell’informazione rimane quindi centrale?
«La lotta per la democrazia ha bisogno di buon giornalismo. Avevamo guardato con speranza alla diffusione dei social media, invece siamo stati sommersi da un po’ di tutto, con il risultato che sappiamo molto poco di tante cose e ci illudiamo di conoscere. Abbiamo tanta informazione, poca conoscenza e ancor meno saggezza, che richiede empatia e connessione. Bisogna investire di più in biblioteche, arte e cultura per arginare la deriva della disinformazione. Anche in ciò che scriviamo, dobbiamo liberarci delle politiche identitarie».

Come vede la Turchia di oggi?
«È un misto di tendenze progressiste e conservatrici, un Paese complesso e stratificato in cui il popolo e il governo non coincidono. Questa è una situazione diffusa in Medio Oriente. La memoria della fertilità e ricchezza della Mesopotamia si è perduta e i vuoti sono stati colmati dai miti nazionalisti di imperi passati. A questo rispondo chiedendo che cosa l’impero ottomano abbia significato per le donne contadine, le prostitute, le minoranze, i millet ebraici, gli armeni e molti altri».

La sua decisione di lasciare la Turchia è dipesa da pericoli oggettivi?
«Nel mio libro La Bastarda di Istanbul alcuni personaggi parlano del genocidio armeno. Sono stata accusata di violazione della legge a tutela dell’identità nazionale turca e in tribunale il mio avvocato ha dovuto difendere non solo me ma anche i personaggi del libro. Il caso si concluse positivamente ma c’erano persone che bruciavano le mie foto nelle strade. Altri romanzi sono stati accusati di istigazione all’oscenità, perché citano abusi su minori e violenze sessuali. Sono però in molti a pensarla diversamente, difendendo la libertà di espressione».

Cosa la preoccupa di più?
«La disinformazione e il monopolio del potere. Mi spaventano le persone che sono totalmente sicure di ciò che dicono. Preferisco chi afferma di non sapere, come quei mistici che hanno viaggiato costantemente fra fede e dubbio. Ho le mie idee e opinioni ma sono pronta ad ascoltare e a essere convinta».

Adolfo Sansolini

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