"Più autonomia d’azione verso la crisi"
Energia e commercio, come difenderci dalla crisi. Caiata: “L’Europa decida cosa vuol fare da grande”
Costi e rotte energetiche, filiere italiane sotto pressione: Salvatore Caiata, presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Golfo, spiega l’incubo del rischio inflattivo tra l’inerzia di Bruxelles e nuove occasioni di sistemazione per il nostro Paese
«Non siamo ancora a un punto di non ritorno: molto dipenderà dalla capacità diplomatica di contenere l’escalation». Lo sottolinea l’onorevole Salvatore Caiata, Presidente InCE (Iniziativa Centro-Europea) e Presidente del Gruppo Interparlamentare di Amicizia Italia-Golfo, in un quadro in cui la crisi mediorientale intreccia sicurezza energetica, stabilità delle rotte e tenuta degli scambi. Per l’Italia, esposta sulle filiere industriali e sull’import di energia, la sfida è bilanciare gestione dell’emergenza e capacità di trasformare l’instabilità in leva di riposizionamento economico e strategico.
La crisi del Golfo è vicina a un punto di non ritorno? Quali scenari economici globali?
«La crisi del Golfo sta assumendo un carattere sempre più sistemico, tra tensioni militari e vulnerabilità delle rotte energetiche, ma non siamo ancora a un punto di non ritorno: molto dipenderà dalla capacità diplomatica internazionale di contenere l’escalation. Gli scenari per l’economia globale restano incerti, con rischi di rialzo dei prezzi energetici, inflazione e rallentamento degli scambi. In questo contesto complesso, mi sento però di affermare convintamente come dietro una crisi possa nascondersi un’opportunità. Merito dell’azione del governo Meloni che ha subito puntato al rafforzamento della sicurezza energetica diversificando le forniture – come dimostra anche il recente viaggio in Algeria –, e sostenendo corridoi alternativi come l’IMEC. Una linea che contribuisce a tutelare l’economia italiana e a renderla più resiliente e competitiva nello scenario globale».
L’Europa è divisa o verso maggiore autonomia strategica?
«Ciò a cui stiamo assistendo nelle ultime ore sarebbe più corretto definirlo come un momento di presa di coscienza all’interno dell’Unione Europea, piuttosto che una sua frammentazione. Un brusco risveglio. L’Europa oggi è chiamata a decidere che cosa vuole fare da ‘grande’ dopo un lungo letargo. Interessante, da questo punto di vista, la proposta di adesione giunta da Serbia e Albania con rinuncia al diritto di veto. È sufficiente considerare che l’Europa, concepita per la pace e costruita in un contesto pacifico, ha scelto – auspicabilmente per ragioni scaramantiche – di non includere nei suoi trattati istitutivi il termine “guerra”: nata dall’unione degli intenti economici e riflessa in termini di pace e prosperità, oggi si trova del tutto impreparata ad affrontare i conflitti circostanti, primo fra tutti quello russo-ucraino. A mio avviso, l’Unione Europea sta rivedendo la propria struttura interna affinché possa disporre di maggiore autonomia d’azione e visione nell’affrontare le crisi emergenti, assicurandosi la deterrenza necessaria in sinergia con la NATO».
Come si sta muovendo l’Italia sul fronte energetico? Il decreto carburanti è sufficiente?
«Il Governo Meloni ha sempre agito per tutelare il proprio interesse primario, ossia quello delle classi meno abbienti. L’attivazione della clausola di sterilizzazione al fine di ridurre il prezzo del petrolio e, conseguentemente, della benzina, unitamente alla presentazione del Decreto Energia, rappresentano una conferma dell’attenzione e della prontezza del Governo nel rispondere agli shock energetici, con l’obiettivo di attuare una rimodulazione dei costi che incida il meno possibile sui cittadini. Sebbene tale misura si configuri certamente come un intervento temporaneo – infatti previsto per fronteggiare la crisi per un periodo di 20 giorni – essa si fonda su due direttive fondamentali: da un lato, sulla possibilità che il conflitto possa attenuarsi entro tale termine; dall’altro, sulla necessità di predisporre ulteriori misure di sostegno qualora esso dovesse prolungarsi».
Quali filiere italiane sono più esposte nella crisi del Golfo?
«La crisi nel Golfo si abbatte soprattutto sulle filiere energetiche e petrolchimiche, da cui dipendono forniture strategiche di gas e greggio, ma anche sulla logistica marittima, cruciale per l’import-export italiano. La meccanica strumentale e agroalimentare, fortemente presenti nei mercati dell’area, rischia di essere colpite. Il nodo principale è la continuità degli approvvigionamenti e l’aumento dei costi di trasporto e assicurazione. Il rischio si concentra, quindi, su energia e catene del valore legate alle rotte marittime, con possibili effetti a cascata su produzione e competitività delle imprese italiane. Il nostro Paese risulterebbe così fortemente danneggiato perdendo un indotto significativo generato dall’interscambio commerciale».
Il modello Dubai può reggere anche in questa fase di crisi?
«Gli Emirati Arabi Uniti hanno costituito un caso unico grazie al loro modello di Paese inclusivo – ricordiamo che solo il 10% della popolazione di Dubai è emiratina – aprendo ai mercati internazionali e così diventando crocevia finanziario del nuovo impero arabo. Gli EAU hanno evidenziato sin dall’inizio la volontà di adottare un approccio diverso rispetto a quello della regione, favorendo un livello di occidentalizzazione più elevato rispetto agli altri partner. Questa è la ragione per cui sono diventati il principale obiettivo dell’aggressione dell’Iran. Gli EAU, oltre a essere una nazione alleata, rappresentano sì un partner essenziale, ma anche un modello alternativo di sviluppo. Dubai continuerà a essere una meta ambita, come già dimostrato da migliaia di italiani che si sono stabiliti nell’area. La capacità di ripresa che sta dimostrando e il desiderio di resistere sono la prova di un sistema che, nonostante le difficoltà, rimarrà un catalizzatore di investimenti e un motore di innovazione».
Italia ed Emirati: su quali dossier e opportunità si gioca il rapporto?
«Senza alcun dubbio, nell’ambito della difesa. Questa settimana abbiamo ratificato l’Accordo di difesa, di cui sono stato relatore. Un’intesa che non solo consolida la collaborazione difensiva con gli EAU, ma ribadisce un’unità di intenti nella deterrenza e nella creazione di un partenariato capace di conseguire risultati nella ricerca, nella sperimentazione tecnologica e nella cooperazione reciproca. Inoltre, importanti opportunità potranno essere colte in settori come la ‘space economy’, la nautica e l’agricoltura nelle sue applicazioni più innovative».
Come devono muoversi oggi le imprese italiane nei mercati del Golfo?
«Se non esposte a gravi e imminenti pericoli, le aziende italiane dovrebbero considerare la possibilità di non abbandonare subito investimenti e strutture. Di mantenere un atteggiamento resiliente verso i Paesi alleati che hanno permesso alla nostra filiera economica di crescere nelle loro aree, offrendo un contributo essenziale alla fioritura di quel mercato globale. Numerose aziende, ad esempio, hanno scelto di trasferire temporaneamente i loro uffici in zone meno colpite dai bombardamenti per continuare le loro attività. È fondamentale, con una corretta ponderazione degli interessi in campo – prima tra tutti la sicurezza -, individuare la migliore delle opzioni disponibili senza che questa si traduca subito in una fuga».
Questa crisi può rafforzare il ruolo internazionale dell’Italia?
«L’Italia, grazie all’amministrazione Meloni, ha riacquistato una centralità nel panorama internazionale, in precedenza smarrita a causa dei governi che l’hanno preceduta. Desidero evidenziare come, con Stati come gli Emirati Arabi Uniti, il premier Meloni, grazie alle sue abilità diplomatiche, sia riuscita a ripristinare relazioni che erano state soggette a un embargo del governo precedente. L’Italia ha evidenziato non solo di avere un ruolo cruciale nel contesto globale riguardo all’evoluzione di conflitti – come nel caso di quello fra Israele e Palestina, nel conflitto tra Russia e Ucraina e ora in quello in Iran – ma ha dimostrato anche che la sua abilità di dialogare con tutte le potenze le ha permesso di guadagnarsi un rispetto internazionale che l’ha portata a essere l’unico leader europeo presente all’ultimo Consiglio di cooperazione del Golfo in Bahrain».
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