Rimettere la barra nella direzione giusta
La riforma che sfida il peccato originale e può liberare l’Italia dall’ubriacatura manettara
Puntuali come le tasse e prevedibili come il traffico del rientro, da giorni sono in azione le vestali del “signora mia, che brutta campagna elettorale, la peggiore che si ricordi”. Sono gli opinionisti col colletto inamidato, i giornalisti che si annoiano per darsi un tono, i maître à penser da salotto televisivo che devono sputare per contratto sul dibattito pubblico. Lo ripetono a pappagallo a ogni elezione, con la solita aria schifata, come se la democrazia fosse un pranzo di gala rovinato da commensali troppo rumorosi.
Bene, lasciamoli sbadigliare nei loro tinelli. La verità, là fuori, dove ci sono le persone vere, è diametralmente opposta. Quella che abbiamo vissuto è stata una campagna elettorale bella, vera, certo ruvida. Ma, soprattutto, necessaria. Siamo usciti dalla Grande Ipocrisia: per la prima volta da decenni, questo Paese è stato costretto a guardarsi allo specchio e a discutere dei fondamenti stessi dello Stato di diritto. Non di beghe di cortile, non di bonus elettorali, ma dell’architettura della nostra libertà. Aver portato al centro della scena il tema della giustizia, aver chiesto ai cittadini di schierarsi, di informarsi, di capire cosa significhi avere un giudice terzo, è stato di per sé un formidabile atto di igiene democratica. Ha fatto comunque crescere la coscienza civile del Paese. Altro che “brutta campagna”.
Per capire la portata di quanto è accaduto, dobbiamo allungare lo sguardo e fare i conti con la nostra storia. È da 35 anni – dall’esplosione di Mani Pulite – che l’Italia è prigioniera di un incantesimo maligno. Sulle macerie della Prima Repubblica abbiamo edificato un mostro: abbiamo trasformato i pubblici ministeri in eroi salvifici, le piazze in tribunali del popolo, gli avvisi di garanzia in sentenze definitive. Da quell’ubriacatura manettara è nato il populismo peggiore, quello del sospetto eretto a sistema, quello che ha paralizzato la politica e distrutto la vita di migliaia di innocenti. Questo referendum è, in fondo, il primo vero tentativo collettivo di curare quel peccato originale. Di rimettere la barra nella direzione giusta.
Non ho la sfera di cristallo, non so dirvi cosa uscirà dalle urne lunedì pomeriggio. Ma so che – già solo per aver affrontato dopo decenni questo tabù a viso aperto – abbiamo avviato la ricostruzione di una civiltà giuridica matura. Ovviamente, il nostro auspicio è che vinca il Sì. Se così sarà, sconfiggendo l’arroganza corporativa di una casta che vorrebbe tenerci ancorati al Medioevo dei diritti, avremo scampato il pericolo mortale di un ritorno di fiamma forcaiolo. Ma guai a farsi illusioni. Una croce su una scheda non basterà a cancellare in un colpo solo trent’anni di tossine. Cambiare una norma della Costituzione è difficilissimo, ma cambiare la testa e la mentalità degli italiani, assuefatti da decenni al voyeurismo giudiziario, richiederà fatica, tempo e una semina culturale infinita. Il referendum è un punto di partenza, non il traguardo. Ecco perché domani e lunedì non si vota solo per qualche articolo della Costituzione. Si vota per immaginare in quale Paese vogliamo vivere nei prossimi cinquant’anni. E dunque gambe in spalla, e buon voto a tutti.
© Riproduzione riservata







