Europa
Europa in gap strutturale: intelligenza artificiale, supercalcolo e sicurezza delle catene di approvvigionamento. L’obiettivo dei beni pubblici UE
Il rapporto sulla competitività europea presentato da Mario Draghi nel settembre 2024 ha quantificato con chiarezza il fabbisogno annuale di investimenti aggiuntivi necessari per colmare il divario tra il livello attuale e quello indispensabile a preservare la rilevanza economica e geopolitica dell’Unione. La stima — 750-800 miliardi di euro l’anno — non riguarda genericamente la crescita, ma categorie precise di investimenti destinati alla produzione di beni pubblici europei: energia, difesa, reti digitali, semiconduttori, interconnessioni elettriche, intelligenza artificiale, supercalcolo e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Si tratta di ambiti che Draghi qualifica esplicitamente come “beni pubblici europei”, vale a dire settori nei quali la scala nazionale è strutturalmente inadeguata e l’interesse è intrinsecamente comune a tutti i paesi dell’Unione.
In questo quadro, le conclusioni adottate dal vertice informale dei capi di Stato e di governo del 12 febbraio 2026 rappresentano una risposta insufficiente rispetto alla portata del problema. Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, le ha al termine del vertice sintetizzate in sei direttrici: semplificazione normativa e riduzione della burocrazia; completamento e rafforzamento del mercato unico, anche attraverso il cosiddetto “28º regime”; maggiore capacità di innovazione, favorendo la nascita di campioni europei; risposta ai prezzi dell’energia con misure pragmatiche di breve periodo; protezione delle industrie strategiche, anche mediante la “preferenza europea”; accelerazione dell’Unione del risparmio e degli investimenti per mobilitare capitali privati. Sono linee d’azione rilevanti.
Tuttavia, il loro limite è evidente: traducono l’ambizione industriale in una cornice prevalentemente regolatoria, lasciando sullo sfondo la questione decisiva del finanziamento dei beni pubblici comuni. In questo senso costituiscono una risposta alle sollecitazioni di Draghi non solo insufficiente, ma potenzialmente controproducente, poiché mantengono frammentata la capacità di investimento proprio nei settori che richiedono scala continentale. Se confrontate con il fabbisogno indicato dal rapporto Draghi, le conclusioni del vertice presentano due carenze fondamentali. In primo luogo, non indicano l’ammontare annuale degli investimenti necessari nelle categorie strategiche richiamate. In secondo luogo, non individuano alcuna fonte finanziaria europea stabile per il loro finanziamento o cofinanziamento.
Il nodo non è ribadire che mercato unico, energia e difesa siano priorità strategiche. Il nodo è stabilire come colmare, ogni anno, un gap strutturale che riguarda infrastrutture comuni e beni pubblici europei. La natura di questi investimenti rende insufficiente un approccio fondato esclusivamente sui bilanci nazionali o sulla sola mobilitazione del capitale privato. Reti energetiche integrate, infrastrutture digitali di grande scala, capacità computazionale per l’intelligenza artificiale e sistemi di difesa comune producono benefici diffusi e richiedono un centro capace di raccogliere e allocare risorse secondo una logica collettiva. Senza una mobilitazione di risorse a livello dell’Unione, il rischio è duplice: sotto-investimento complessivo e divergenze crescenti tra Stati membri, determinate da spazi fiscali profondamente diseguali. Ne deriva che, rispetto alle sfide analiticamente individuate dal rapporto sulla competitività, le conclusioni del vertice informale risultano strutturalmente inadeguate: l’Unione riconosce i settori strategici, ma non costruisce lo strumento fiscale necessario a sostenerli. Ed è significativo che la dichiarazione finale del presidente del Consiglio europeo richiami il rapporto Letta, centrato prevalentemente sull’architettura del mercato, senza fare riferimento al rapporto Draghi, che interviene invece sulla dimensione decisiva: la massa critica degli investimenti necessari.
Eppure il tabù della capacità fiscale comune sembrava essere stato superato con Next Generation EU, che ha introdotto per la prima volta un’emissione significativa di debito europeo. Se l’obiettivo è, nell’arco di un quinquennio, colmare il deficit di competitività e preservare la rilevanza geopolitica dell’Europa, il fabbisogno finanziario complessivo può essere stimato in 3.750-4.000 miliardi di euro. Una parte dovrà provenire da capitali privati mobilitati attraverso l’Unione dei mercati dei capitali; ma una quota essenziale richiederà nuovi strumenti di debito comune europeo, sul modello di Next Generation EU, destinati in particolare al finanziamento dei beni pubblici europei — difesa, transizione energetica, infrastrutture digitali — che rappresentano interessi strategici dell’intera Unione. Finché questa questione resterà irrisolta, il divario indicato dal rapporto Draghi è destinato ad ampliarsi, indipendentemente dalla qualità delle dichiarazioni politiche.
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