Fino a che punto lo Stato può spingersi?
Famiglia nel bosco come Bibbiano, fragile confine tra tutela dei minori e invasione del privato
In uno Stato di diritto la protezione dei bambini è un dovere assoluto ma il rischio è che la protezione si trasformi in una forma di autorità che non educa, non cura e non protegge. Semplicemente decide
C’è qualcosa che inquieta profondamente nella vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”. Non tanto per la scelta di vita neo rurale di una coppia che aveva deciso di vivere lontano dalla società dei consumi, ma per il modo in cui lo Stato è entrato in quella storia familiare con la forza di un’ordinanza. Da Domenico, il bambino dal “cuore bruciato”, ai figli della famiglia Trevallion, la cronaca recente racconta drammi infantili che finiscono inevitabilmente per interrogare il potere pubblico. Ma nel caso della “Casa nel bosco” la domanda è più radicale: fino a che punto lo Stato può spingersi dentro la vita privata di una famiglia?
I tre figli della coppia anglo-australiana sono stati allontanati dalla madre Catherine Birmingham e collocati in una comunità educativa, dopo essere già stati separati dal padre Nathan Trevallion. Una doppia frattura affettiva che pesa come un macigno sul futuro di tre bambini. Il provvedimento è stato firmato dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila, presieduto da Cecilia Angrisano, che nell’ordinanza ha evocato il rischio di gravi conseguenze psicologiche ed educative per i minori, oltre ai pericoli legati alle condizioni abitative e al rifiuto dei genitori di consentire alcune verifiche sanitarie. Motivazioni che possono apparire legittime sul piano formale. Ma è proprio qui che nasce il problema: quando lo Stato entra nella vita familiare con strumenti così drastici, la questione non è soltanto giuridica. È prima di tutto culturale e politica. In Italia esiste una lunga tradizione di intervento pubblico nella sfera privata che spesso scivola in una forma di paternalismo amministrativo. La famiglia viene trattata come un soggetto da sorvegliare, correggere e, se necessario, sostituire.
Il punto giuridico è noto. L’articolo 403 del codice civile consente l’allontanamento urgente dei minori dalla famiglia quando vi sia un pericolo grave e immediato. Una norma pensata per proteggere i bambini da violenze e abbandoni, ma che negli anni è diventata uno degli strumenti più controversi dell’ordinamento. La riforma Cartabia ha provato a introdurre controlli più rapidi e tempi più stringenti, ma il nodo resta intatto: il potere di sottrarre un figlio ai genitori rimane uno degli atti più radicali che lo Stato possa compiere. Per questo dovrebbe essere esercitato con estrema cautela. E invece, troppo spesso, l’intervento pubblico sembra muoversi con una logica dirigistica e burocratica più che con un’autentica attenzione alla vita concreta delle persone.
La scelta di vivere in una casa isolata, lontano dalle città, può apparire discutibile o persino irresponsabile, ma non può trasformarsi automaticamente in un indizio di inidoneità genitoriale. Una società libera dovrebbe saper tollerare anche modelli di vita non conformi. Non tutte le famiglie devono somigliare a quelle descritte nei manuali dei servizi sociali. La questione diventa ancora più paradossale se si guarda alla realtà che circonda queste vicende. In molte periferie italiane esistono minori costretti al vagabondaggio, allo sfruttamento o alla microcriminalità familiare. Bambini che crescono nel degrado e nella violenza quotidiana, spesso sotto gli occhi indifferenti delle istituzioni. In quei casi lo Stato interviene con molta meno energia. È inevitabile allora che si diffonda una sensazione di doppio standard: grande severità verso alcune famiglie, grande tolleranza verso altre situazioni ben più gravi. Il diritto costituzionale, però, parla con chiarezza.
Gli articoli 29 e 30 della Costituzione riconoscono la famiglia come società naturale e attribuiscono ai genitori il diritto e il dovere di educare i figli. L’intervento pubblico è previsto solo quando vi sia un reale stato di abbandono o di grave pregiudizio. Non quando una famiglia sceglie semplicemente di vivere in modo diverso. Il caso della “Casa nel bosco” riporta alla memoria il clima che accompagnò anni fa il caso Bibbiano, quando un gigantesco circuito mediatico e giudiziario travolse operatori e famiglie del settore dell’infanzia, molte delle quali risultarono poi estranee a responsabilità penali.
Le due vicende non sono sovrapponibili. Ma entrambe mostrano quanto sia fragile il confine tra tutela dei minori e invasione della sfera familiare. In uno Stato di diritto la protezione dei bambini è un dovere assoluto. Ma proprio per questo non può diventare il pretesto per trasformare lo Stato nel nuovo genitore universale. Perché quando il potere pubblico pretende di sostituirsi alla famiglia, il rischio è che la protezione si trasformi in una forma di autorità che non educa, non cura e non protegge davvero. Semplicemente decide.
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