Esteri
Garvaghy Road, il ritorno della marcia che divide l’Irlanda del Nord
La crisi di Garvaghy Road non riguarda soltanto il diritto a una parata: riapre una delle ferite simboliche del conflitto tra unionismo britannico di matrice protestante e nazionalismo irlandese, prevalentemente cattolico, e mette alla prova l’equilibrio politico costruito in Irlanda del Nord con l’Accordo del Venerdì Santo del 1998.
La crisi arriva poche settimane dopo che Donald Trump ha riaperto, con il suo sostegno esplicito all’idea di un’Irlanda unita, il dibattito sul futuro costituzionale dell’Irlanda del Nord. Mentre la prospettiva della riunificazione torna nel dibattito pubblico, l’Orange Order – l’organizzazione protestante e unionista che celebra la vittoria del protestante Guglielmo d’Orange sul cattolico Giacomo II Stuart nella battaglia del Boyne del 1690, che consolidò la sua ascesa al trono d’Inghilterra, Scozia e Irlanda – rivendica il diritto a manifestare proprio in uno dei luoghi simbolo della comunità nazionalista.
La divisione tra le due Irlande risale al 1921, quando, dopo la guerra d’indipendenza, sei contee settentrionali rimasero nel Regno Unito. Portadown è una città con una forte presenza lealista, ma Garvaghy Road è un’area prevalentemente nazionalista e repubblicana. L’Orange Order rivendica il diritto di percorrere il tragitto verso la chiesa di Drumcree, che comprende il tratto di Garvaghy Road, sin dal 1807, quando la zona era ancora prevalentemente costituita da campi e terreni agricoli.
La questione esplose negli anni Novanta, quando lo sviluppo urbano e i cambiamenti demografici trasformarono l’area in un quartiere a larghissima maggioranza cattolica. La Drumcree Parade divenne così uno dei principali punti di confronto dell’intero conflitto. Nel 1995 i residenti organizzarono la prima grande protesta seduta; nel biennio 1996-1997 si susseguirono le tensioni tra polizia, residenti e sostenitori dell’Orange Order, fino al 1998, quando la Parades Commission impose il divieto di passaggio sul tratto di strada.
Dopo 28 anni di divieti, il 25 settembre scorso una decisione della Corte d’Appello di Belfast ha rimosso le restrizioni storiche, autorizzando una parata simbolica di 35 membri sulla Garvaghy Road. Da qui sono nate le contromanifestazioni della comunità nazionalista, ai quali ha partecipato anche Michelle O’Neill, esponente di Sinn Féin e First Minister dell’Irlanda del Nord, insieme a circa 2.000 persone, scaturite negli scontri degli ultimi giorni.
Le marce dell’Orange Order rappresentano per gli unionisti un’espressione della propria identità e delle proprie tradizioni. Per molti nazionalisti, invece, soprattutto quando attraversano quartieri a maggioranza cattolica, vengono percepite come una manifestazione della storica supremazia della comunità protestante.
Dal Good Friday Agreement l’Irlanda del Nord dispone di un sistema politico fondato sulla condivisione del potere tra i due principali identitarismi. Ma il Democratic Unionist Party (DUP) ha minacciato una crisi istituzionale qualora la marcia non dovesse procedere, con il rischio che Stormont, il Parlamento nordirlandese, possa nuovamente bloccarsi. La decisione di riaprire la marcia di Drumcree riporta così al centro una disputa che appartiene agli anni più duri dei Troubles, il conflitto al limite della guerra civile che dagli anni Sessanta alla fine degli anni Novanta sconvolse l’Irlanda del Nord, provocando oltre 3.500 morti e contrapponendo organizzazioni paramilitari repubblicane, tra cui l’IRA, a gruppi paramilitari lealisti. La vicenda riattiva una questione simbolica sulla quale le due comunità hanno costruito memorie profondamente contrapposte.
La comunità cattolica, che per decenni aveva denunciato discriminazioni nell’accesso alla casa, al lavoro e alla rappresentanza politica e una condizione di sostanziale marginalità, è rappresentata oggi dai residenti di Garvaghy Road, che chiedono l’apertura di una mediazione internazionale.
Il 12 settembre 2026, durante la sua visita in Irlanda, Trump aveva espresso il desiderio di vedere un’isola unificata, rompendo con la tradizionale cautela della Casa Bianca sulla questione costituzionale irlandese, il cui futuro, secondo l’Accordo del Venerdì Santo, può essere deciso attraverso il consenso democratico della popolazione nordirlandese in un referendum.
L’origine della crisi di Garvaghy Road affonda le proprie radici nella lunga storia del conflitto irlandese. Le parole di Trump hanno contribuito a modificare il contesto politico nel quale la disputa si è riaccesa, riportando al centro del dibattito internazionale la domanda sul futuro costituzionale dell’Irlanda del Nord e sulla solidità del suo legame con il Regno Unito. Il problema, dunque, non è soltanto una questione di ordine pubblico né di libertà di manifestazione, ma riguarda una domanda più profonda: quale identità abbia diritto di occupare lo spazio pubblico e come sia possibile conciliare, dentro lo stesso territorio, due memorie storiche e due progetti politici ancora profondamente contrapposti.
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