Da decenni parla di separazione delle carriere e della costituzionalizzazione dell’avvocato. Perciò al referendum voterà Sì, in dissenso con la linea del Partito democratico. Anche a costo di sacrificare la propria testa. Andrea de Bertolini, capogruppo dem nel Consiglio regionale del Trentino, figlio di una storica famiglia di avvocati, sostiene la riforma con coraggio e chiede di entrare nel merito senza lanciare allarmi sulla democrazia.

La separazione delle carriere viene da lontano, e oggi segue le orme di Giuliano Vassalli. Insomma, è un cavallo di battaglia della sinistra…

«È un tema identitario, valoriale, per la giurisdizione, per un fisiologico rapporto fra funzioni dello Stato. Non poteri. Da oltre trent’anni rivendicazione culturale, politica, giuridica di parte della società civile e forze politiche prime fra tutte di centrosinistra. Per un giusto processo che pretenda, sin dall’architettura costituzionale, un giudicante equidistante da Pm e difesa. Superando un processo anche solo in controluce inquisitorio, in cui l’esercizio della giurisdizione possa ridursi a mero esercizio della condanna. L’equidistanza del giudicante è primo fattore, non prodotto, di affidabilità democratica».

Sta dicendo che voterà Sì al referendum?

«Sì. Il referendum riguarda una legge costituzionale. Non la ritengo eversiva, incostituzionale. Certo, è precipitata senza dialogo. Venduta intollerabilmente da alcuni ministri come clava da usare sulla magistratura. Con slogan irricevibili ai fisiologici equilibri fra organi costituzionali. Ciò detto, continuo nel merito a non condividere le argomentazioni critiche».

Un atto di coraggio, va detto.

«Non credo. Penso piuttosto non potesse esser diverso. È un percorso condiviso con moltissimi compagni di viaggio. Ben più autorevoli di me. Motivato dalla rivendicazione di una comune cultura della giurisdizione che nel giusto processo trova la sua profonda radice. Nell’interesse di ogni cittadino senza distinzioni di sorta. Come l’articolo 3 della Costituzione pretende con nitore esemplare. Perché quel monito “la legge è uguale per tutti” nelle aule sia sostanza. Perché si possa pretendere di giudicare “in nome del popolo italiano”».

Però il suo partito, con l’Anm, è in prima linea per il No. Perché si parla di deriva autoritaria e si lanciano allarmi sulla tenuta democratica?

«Francamente ho una diversa convinzione. Non voglio punire la magistratura. Non concepisco un Pm privato né superpoliziotto. Men che meno un esecutivo onnivoro che la guidi. Sono sideralmente distante. In questo testo non vedo questi timori. Due Csm distinti. Garantiti dal Presidente della Repubblica. Così autonomia e indipendenza permangono per due fondamentali funzioni costituzionali. Rispettando proporzioni fra togati e laici. Come per le professioni ordinistiche, una garanzia ulteriore per il cittadino e per i magistrati».

Eppure i dem continuano a dire che il Sì è un assist al governo. Si sente un «fiancheggiatore» di Giorgia Meloni?

«Non lo penso. Piuttosto questo “Sì” concorre e si unisce a quello di altri nel confermare in modo obiettivo come parte importante del centrosinistra da decenni chieda e lavori per questa riforma. Questo referendum deve essere affrontato sul merito dei suoi contenuti. E si deve rivendicare, per non lasciarselo scippare, il percorso di un centrosinistra che in questo Paese ha lasciato un segno profondo per l’affermazione dei diritti costituzionali e delle garanzie delle persone».

Il sorteggio è il cuore della riforma. Basterà per fermare l’esondazione delle correnti?

«Il sorteggio è parte della riforma. Se per qualche esponente del governo si risolve, nel solco di una propaganda politica intollerabile, in una punizione, rimane nel merito un tema non certo “indicibile”. La stessa Anm nel 2022 aveva indetto un referendum consultivo. Il quesito riguardava il metodo del sorteggio. Su 7.872 elettori avevano votato 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il Sì, le preferenze sono state 1.787. Un dato che si dovrebbe storicizzare, al netto delle diverse valutazioni sulla riforma. Le correnti sono esondate. Contaminando Csm e autogoverno della magistratura. Condizionandone le decisioni. Concorrendo a corrodere la credibilità della magistratura. Inoltre, chi non era schierato ne ha dovuto subire le logiche nocive in un mortificante silenzio».

Spesso i riformisti del Pd vengono visti come isolati, emarginati. Saranno decisivi per la vittoria al referendum?

«Non sono in grado di saperlo. Ma ripeto: non può essere cancellato quell’impegno che una parte del centrosinistra ha profuso in questi anni».