Giustizia
Giustizia: il referendum non risolverà tutti i problemi, ma sarà l’inizio di un percorso
Negli ultimi anni parlare di giustizia è diventato sempre più difficile. Non perché manchino le opinioni, anzi, ma perché spesso il dibattito oscilla tra due estremi opposti: da una parte, una difesa quasi corporativa dell’assetto attuale della magistratura e, dall’altra, una critica radicale che rischia di mettere in discussione l’autonomia stessa del potere giudiziario. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. La magistratura è uno dei pilastri della democrazia e per questo deve interrogarsi sui propri limiti e fragilità. È con questo spirito che guardo al referendum sulla giustizia. Non perché la riforma rappresenti la soluzione ai problemi della giustizia italiana: non lo è; ma perché costituisce un primo piccolo passo nella direzione che potrebbe essere giusta: quella di ricostruire un sistema che negli ultimi dieci anni ha mostrato evidenti segni di crisi.
Le dinamiche interne del CSM
Era il 2019 quando scoppiava il caso Palamara. Una vicenda che ha rivelato l’esistenza di dinamiche correntizie e logiche di potere interne al CSM, mettendo in discussione il meccanismo delle nomine e l’equilibrio tra autonomia e responsabilità. Le intercettazioni e le vicende successive hanno alimentato nell’opinione pubblica il sospetto che il sistema di autogoverno della magistratura possa essere influenzato da logiche non sempre trasparenti. Il risultato è una giustizia sempre più mediatica che giudiziaria. Tutti elementi che hanno contribuito a creare una sfiducia generalizzata. In questo contesto ho maturato una convinzione: la riforma della giustizia dovrebbe aspirare a risultati più ampi.
L’effettività dell’azione penale
Tre le questioni. L’effettività dell’azione penale. In teoria il pm quando ha conoscenza di un reato ha l’obbligo di verificarne la fondatezza: o formula l’imputazione o chiede l’archiviazione. Dati alla mano, le percentuali dei rinvii a giudizio che si traducono in assoluzioni sono drammaticamente alte. Qualcosa non funziona: urgono regole chiare che guidino il magistrato nel valutare con oggettività quando gli elementi raccolti siano sufficienti o no a istruire un processo. Quando le prove non ci sono o sono insufficienti, l’archiviazione non è una sconfitta ma espressione di equità di giudizio.
Il carico di lavoro dei giudici
La seconda, il carico di lavoro dei giudici. Ogni giorno sono chiamati a trattare fino a 40 processi con grande difficoltà. In queste condizioni non ci può essere qualità di giudizio. Occorre un aumento dell’organico e un limite alla trattazione dei processi al giorno.
L’imparzialità dei giudicanti
Terza questione: l’imparzialità dei giudicanti. Perché non applicare il metodo di giudizio per i procedimenti a carico di magistrati? un magistrato in servizio a Roma sospettato di un illecito viene indagato e giudicato da altro Tribunale. Questo modello potrebbe essere generalizzato con dei correttivi: un indagato su Roma potrebbe essere giudicato, ad es. da Frosinone. In tal modo si recide ogni dubbio di connivenza tra inquirenti e giudicanti, restituendo fiducia nella terzietà e imparzialità del giudicante. Una democrazia funziona quando i cittadini credono nelle istituzioni che la governano. Se la fiducia s’incrina, l’intero sistema rischia di indebolirsi. Come ricordava Montesquieu, “non c’è libertà se il potere giudiziario non è separato dagli altri poteri”; ma perché questa libertà sia reale, il potere giudiziario deve essere percepito come imparziale. Il referendum non risolverà da solo tutti i problemi ma potrebbe essere l’inizio di un percorso di riforma più ampio con l’obiettivo di restituire ai cittadini fiducia nella giustizia: perché senza fiducia non c’è diritto e senza diritto non può esserci democrazia.
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