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Giustizia, la riforma respinta dai giovani. Perché fuori dal recinto del diritto non era ovvia per tutti
Il dato più interessante lasciato dal referendum non è soltanto la sconfitta del Sì. È la sua geografia politica e culturale. In Italia ha prevalso il No; all’estero, invece, ha prevalso il Sì. E, nello stesso tempo, le analisi post-voto hanno mostrato che proprio tra i più giovani il No è stato particolarmente forte. Il quadro generale è dunque questo: la riforma è stata respinta nel Paese, ma ha trovato consenso fuori dal Paese; ed è stata respinta, in misura significativa, proprio da quella generazione alla quale, almeno in teoria, avrebbe dovuto parlare con maggiore immediatezza. È una frattura che merita di essere presa sul serio, senza rifugiarsi nelle spiegazioni automatiche. Sarebbe troppo facile dire che i giovani “non hanno capito”. E sarebbe anche sbagliato. Il punto, semmai, è un altro: la separazione delle carriere, che per noi giovani penalisti è questione di civiltà giuridica, di equilibrio del processo, di terzietà del giudice, non è riuscita a diventare, nel linguaggio pubblico, una questione sentita come propria da una parte decisiva dell’elettorato più giovane. Non è stata percepita, abbastanza, come tema di libertà.
Ed è qui che il risultato si fa politicamente istruttivo. Perché la separazione delle carriere non è un tecnicismo per giuristi. Non è una vertenza corporativa. Non è un ritocco d’ingegneria costituzionale riservato agli addetti ai lavori. È il punto in cui uno Stato di diritto decide se chi accusa e chi giudica debbano continuare a condividere appartenenza ordinamentale e destino di carriera. Per noi la risposta è ovvia. Il voto ci ha detto che, fuori dal nostro recinto, ovvia non è affatto. La divaricazione con il voto estero rende tutto ancora più interessante. Perché all’estero ha prevalso il Sì, ma non per questo si può liquidare la questione con la consolazione retorica di un’Italia migliore che starebbe fuori dai confini nazionali. Sarebbe una lettura superficiale. Il voto estero dice che esistono pubblici differenti, esperienze differenti, sensibilità differenti. Dice che la riforma è stata letta in modi diversi a seconda della collocazione, della distanza, forse anche del tipo di rapporto che si ha con le istituzioni italiane. E dice, soprattutto, che la parola “garanzia” non ha avuto lo stesso suono per tutti. Questa, probabilmente, è la lezione più severa del referendum.
Il fronte del Sì ha avuto buone ragioni, ma non è riuscito a trasformarle fino in fondo in una narrazione capace di attraversare mondi diversi: i giovani che vivono in Italia, i giovani che se ne sono andati, gli italiani all’estero di più antica radicazione. Ha parlato il linguaggio corretto del diritto, ma non sempre quello più persuasivo della libertà concreta. Ha insistito sulla struttura della giurisdizione, ma non abbastanza sul fatto che da quella struttura dipende la fiducia del cittadino nel processo. Da avvocati, sarebbe un errore reagire irrigidendosi. Non bisogna arretrare di un millimetro sul merito. Ma bisogna prendere atto che una riforma giusta può essere sconfitta quando viene percepita come lontana, interna al sistema, quasi autoreferenziale. E questo rischio si vede soprattutto quando il divario non è soltanto politico, ma generazionale e territoriale: i giovani da una parte, l’estero dall’altra, e nel mezzo una proposta che non è riuscita a parlare a entrambi con la stessa forza.
Il referendum, in fondo, ci lascia proprio questa domanda. Com’è possibile che una riforma pensata per rafforzare la terzietà del giudice non sia riuscita a imporsi come battaglia intuitivamente liberale, cioè come difesa del cittadino contro ogni eccessiva contiguità del potere? Proprio quella frattura — il No dei giovani, il Sì dell’estero — può diventare oggi il punto più interessante da cui ripartire. Non per attenuare le ragioni della riforma, ma per renderle più leggibili, più condivise e, la prossima volta, più forti.
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