Il destino dell’Ucraina, a quasi quattro anni dall’inizio della guerra, rimane un enorme punto di domanda. E la risposta al quesito – lo sa bene Volodymyr Zelensky – non è solo nelle mani degli ucraini, ma nelle stanze del potere di Mosca e di Washington. Due capitali dove i due presidenti, Donald Trump e Vladimir Putin, dialogano. Un rapporto in cui il primo appare ben lieto di parlare con il secondo. E il secondo sembra altrettanto contento di avere un interlocutore attento anche alle esigenze russe. Il punto però è capire quanto e se questo rapporto “positivo” tra le due potenze non si trasformi nella ricerca di un accordo a scapito di Kyiv. E questo è il vero grande timore dell’Ucraina ma anche dei partner europei della Nato.

Putin sembra avere deciso da tempo di assecondare (a parole) le ambizioni di Trump di arrivare a un’intesa. Ieri, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha anche ammesso che la Russia ha ascoltato la proposta di Trump sulla cosiddetta “tregua del gelo”, cioè evitare attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine fino al primo febbraio. Il problema, però, è che questo via libera dello “zar” è apparso da subito come un trucco. E la confusione regna ancora più sovrana. Secondo Peskov, la proposta di The Donald era di fermare i raid per una settimana fino a domenica 1° febbraio per sostenere gli sforzi negoziali e il terzo round di colloqui previsti proprio domani ad Abu Dhabi. Anche se Zelensky ha detto che potrebbero slittare per via della escalation con l’Iran.

Il Cremlino ha fatto capire di avere sostanzialmente accettato. Tuttavia, le parole di Trump nell’annuncio parlavano di una generica settimana e di stop ai bombardamenti su tutte le città ucraine, mentre da Mosca hanno specificato che si tratta di una cessazione dei raid fino a domenica (senza chiarire quando sia stata fatta la “richiesta personale” di Trump a Putin) e circoscritta solo alla zona della capitale, Kyiv. In effetti, come ricordato dai media ucraini, i bombardamenti più complessi e pesanti sulla capitale si sono fermati il 24 gennaio. Tuttavia, una settimana, a maggior ragione col fatto che la pseudo-tregua scadrà domani, appare del tutto ininfluente sul piano bellico e sulla vita dei civili. Del resto, i raid non si sono fermati nemmeno ieri. Nella notte tra giovedì e venerdì, dopo che Trump ha annunciato questo cessate il fuoco “energetico”, Mosca ha lanciato oltre cento droni e un missile balistico contro varie località del Paese. E lo stesso Zelensky ha detto che i raid, pur non prendendo di mina le infrastrutture della rete elettrica, hanno comunque colpito il sistema logistico.

Il ministero della Difesa russo ha annunciato la conquista di tre centri abitati tra la regione di Zaporizhzhya e il Donetsk. E anche per questo, Zelensky ha mostrato molta cautela. Il presidente ucraino ha anche provocatoriamente invitato Putin a Kyiv, per discutere della pace, respingendo in modo categorico l’ipotesi di un suo viaggio a Mosca. Posso anche invitarlo a Kyiv, lasciarlo venire. “Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio, ovviamente”, ha detto Zelensky. Ma il presidente ucraino, in questo momento, deve anche fare i conti con una situazione militare e finanziaria sempre più critica. Secondo il Financial Times, il capo dello Stato si è rivolto ai partner europei di avere consegnato in ritardo i missili intercettori lasciando l’Ucraina senza difese aeree e “sull’orlo del blackout”.

E mentre i Paesi dell’Ue si stanno dando da fare per consegnare caldaie e generatori elettrici al governo ucraino, Reuters ha segnalato un altro problema: gli Stati Uniti non hanno ancora erogato i 250 di milioni di dollari che dovevano essere forniti per ripristinare le infrastrutture energetiche e per l’acquisto di gas liquefatto. Secondo le fonti, dopo che Trump ha di fatto chiuso l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, la Usaid, i fondi sono finiti in un “limbo burocratico”. Ma senza quei fondi, Kyiv avrà ancora più difficoltà ad evitare che la popolazione resti al gelo.