Dopo settimane di stallo, tentativi di mediazione inconcludenti e toni sempre più accesi, gli Stati Uniti con Israele hanno attaccato l’Iran. L’Ayatollah Khamenei è stato ucciso, così come altre decine di alti esponenti del regime. Gli iraniani ora nutrono la speranza che questo sia l’inizio della fine di una dittatura che da più di quarant’anni uccide la loro libertà. “Non abbiamo iniziato questa guerra – ha dichiarato il segretario americano alla Guerra, Pete Hegsethma sotto la presidenza Trump la stiamo finendo”.

Le forze israeliane continuano ad attaccare Teheran con centinaia di bombe, di fatto hanno creato una cintura di fuoco sugli obiettivi del regime. Secondo le fonti, Israele ha sganciato oltre 2.300 munizioni in due giorni, gli Usa 1.500. L’Iran ha risposto lanciando missili all’impazzata, contro Tel Aviv e Gerusalemme ma anche contro i Paesi del Golfo. È una contromossa, quella iraniana, senza strategia: un ultimo tentativo di chi – a fronte del colpo mortale ricevuto – svuota il suo arsenale sperando di ottenere una rivincita. Non sarà così.

In queste ore, la storia sta prendendo un altro corso: Israele – con una forza militare e di Intelligence impressionante – sta ridefinendo gli equilibri del Medio Oriente. Sì, perché dalla parte del primo ministro Benjamin Netanyahu non c’è soltanto il Presidente Donald Trump, ma – e forse per la prima volta così coesi – vi sono anche i governi di Arabia Saudita, Bahrain, Giordania, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti. Un vero e proprio ricompattamento politico contro l’Iran è in corso, come anche sottolineato ieri, in Senato, dal ministro della Difesa Guido Crosetto. A fronte degli attacchi iraniani contro le loro città, i Paesi del Golfo hanno firmato un documento congiunto con gli Stati Uniti in cui affermano “il diritto di autodifesa”. Il regime non solo è isolato a livello globale; nella sua stessa regione, tra i Paesi musulmani, l’Iran è divenuto uno Stato paria. Dal punto di vista politico, si tratta di una svolta storica, ed è una svolta che vede Israele plasmatore di un nuovo inizio.

Considerando che negli ultimi anni i Paesi del Golfo – seppur aprendo a politiche più progressiste – hanno mantenuto dei canali con il regime iraniano (o ancora, che un Paese come il Qatar, ad esempio, dopo il 7 ottobre 2023, ha ospitato i terroristi di Hamas a Doha), appare evidente che ora una ferita insanabile si sia aperta all’interno del mondo islamico.

Agli occhi dell’intera regione, il regime iraniano ha perso definitivamente il senno. Un alto funzionario degli Emirati Arabi Uniti lo ha apertamente detto: “L’aggressione iraniana contro gli Stati del Golfo è stata un errore di calcolo e ha isolato l’Iran in un momento critico”. E ha lanciato l’appello: “Trattate i vostri vicini in modo razionale e responsabile”. Ma Teheran è in ginocchio, senza più la sua Guida Suprema, con un popolo in rivolta e con le munizioni che via via vanno estinguendosi. Israele, nel frattempo, con un attacco militare senza precedenti, ha decapitato la testa del serpente, la testa di un regime principale sponsor del terrorismo internazionale. Nel farlo, vede il Golfo dalla sua parte. È il punto di partenza, in accordo con gli Stati Uniti, di un rilancio dei Patti di Abramo? Può darsi. Una nuova stagione per il Medio Oriente si sta aprendo. I colpi inferti al regime iraniano appaiono definitivi.

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Classe 1998, nata sotto il segno del cancro. Veneta, al momento a Roma. Seguo la politica estera e le cronache parlamentari. Tennista a tempo perso, colleziono dischi in vinile e li ascolto rigorosamente davanti a un calice di rosso. Kierkegaard e Nozick due grandi maestri.