Il tramonto del diritto penale liberale
I martiri del giustizialismo sono i giornalisti che fanno domande e gli avvocati che difendono. Così Di Matteo, Gratteri e Scarpinato fanno rimpiangere il codice Rocco
George Paul Fletcher, studioso del diritto penale alla Columbia University, ha scritto che il processo penale vive in un dualismo tra passione e ragione. La ragione costruisce garanzie e procedure. La passione vuole il colpevole subito, la chiave buttata via. In una democrazia malata, la passione vince. E vince perché paga: vince consensi, riempie gli studi televisivi, fa carriere politiche. Nelle aule, il meccanismo produce effetti duraturi. Sansonetti e Aliprandi condannati ad Avezzano per aver chiesto, sul Dubbio, perché Scarpinato e Lo Forte archiviarono Mafia-Appalti con Borsellino vivo. Entrambi rinunciano alla prescrizione. Torchiaro, de Il Riformista, a processo a Napoli per aver riportato un’interrogazione su una casa di Scarpinato. La Corte EDU chiama questo chilling effect: la querela come arma per intimidire cronaca e critica. Nel caso Sansonetti, il Pm ha chiesto una pena detentiva — violazione dell’art. 10 CEDU — senza procedimento disciplinare. L’obiettivo era raggiunto.
Poi ci sono gli avvocati. Alessia Pontenani processata per aver difeso Pifferi: assolta, dopo un processo che aveva condizionato quello principale. Due avvocati milanesi indagati per ricettazione per aver preso l’onorario: il Gip ha respinto. Chi scrive ha ricevuto un esposto dalla Procura di Marsala per aver preannunciato ricorso per violazione di legge — ciò che il codice impone di fare — con procedimento disciplinare poi archiviato. Il processo si è rivelato pretestuoso. Il danno era già fatto. Difendere è peccato.
Fu la tradizione illuminista a costruire i limiti al potere punitivo: presunzione d’innocenza, tassatività, contraddittorio. Il diritto penale del fatto: si punisce ciò che si è fatto, non ciò che si è. Persino il codice Rocco aveva mantenuto questi princìpi basilari. Era il pavimento minimo. Eppure ogni conquista si può perdere — e si sta perdendo. L’erosione procede per strati. Il doppio binario: il 41-bis, la custodia cautelare automatica per i reati mafiosi, il concorso esterno senza norma scritta — eccezioni diventate modello. La sentenza Contrada c. Italia del 2015 ha condannato l’Italia per aver punito un reato senza forma giuridica. Le misure di prevenzione: patrimoni confiscati senza provare né l’origine illecita né l’appartenenza al proposto — basta che lui e i suoi familiari non riescano a dimostrarlo. Il processo penale capovolto.
Bonafede abolisce la prescrizione dopo il primo grado: lo Spazzacorrotti assimila i reati contro la Pa alla criminalità organizzata. Il paradosso: chi ha costruito processi interminabili vuole ora accelerarli — non rafforzando le garanzie, ma demolendo i rimedi. Caselli propose di eliminare l’appello tout court. L’Anm sostiene l’abolizione del divieto di reformatio in peius: il principio per cui, quando solo l’imputato impugna, il giudice non può peggiorare la sua posizione. Abolirlo trasforma ogni appello in una scommessa pericolosa. Davigo teorizzò la condanna degli avvocati i cui ricorsi fossero inammissibili. Un ordinamento che ha ereditato dal fascismo gli strumenti peggiori e li ha affilati.
Non è più il diritto penale del fatto. È il diritto penale dell’autore: il tipo pericoloso, l’associato presunto. Quello di Bonafede, Di Matteo, Gratteri, Scarpinato. Al loro cospetto, il codice Rocco — quello del 1930, il codice penale del fascismo — sembra un codice liberale. Dietro c’è un sistema: la magistratura requirente che ha usato l’antimafia per costruire carriere, il giornalismo che ne ha fatto un vero e proprio business — libri, ospitate, audience e la politica che ha cavalcato l’onda. Ognuno ci ha guadagnato qualcosa. Sciascia lo aveva previsto: «Professionisti dell’antimafia». Oggi alcuni siedono in Parlamento o negli organi di autogoverno. La domanda è se non orientasse già le scelte.
Il referendum avrebbe potuto segnare una svolta. Quasi la metà ha votato Sì. La maggioranza ha detto No. La Costituzione viene sbandierata alle inaugurazioni. Molti magistrati leggono di essa ciò che conviene, non altro. Beccaria scrisse che la civiltà si misura dal modo in cui una nazione tratta i suoi accusati. Gli accusati, oggi, sono le persone che hanno conosciuto il diritto penale liberale e non si rassegnano a vederlo sparire. I martiri del giustizialismo hanno un nome: i giornalisti che fanno domande, gli avvocati che difendono, chiunque provi a inceppare la macchina. Sono i martiri della passione contro la ragione di cui parlava Fletcher. Il Leviatano non perdona la resistenza — anima della speranza umana. È questa la Repubblica che vogliamo? La risposta, temo, ce la siamo già data.
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