In Venezuela il gas che accompagna l’estrazione del petrolio – il gas “associato” – è spesso bruciato in torcia (gas flaring) o rilasciato in atmosfera. Non è un incidente tecnico: è un esito istituzionale. La Banca Mondiale ricorda che nel 2024 il flaring globale ha raggiunto circa 151 miliardi di metri cubi, e colloca il Venezuela nel gruppo ristretto dei maggiori responsabili. Quando le infrastrutture si degradano e la manutenzione non paga politicamente, la scorciatoia è trasformare un sottoprodotto che potrebbe essere energia vendibile in fumo, insieme a valore e CO2.
La relazione fra statalismo e danno ambientale passa per tre meccanismi. Primo: la soft budget constraint. L’impresa pubblica, protetta da sussidi impliciti e da obiettivi politici, non sopporta davvero il costo dello spreco; lo scarica sulla collettività. Secondo: l’opacità informativa. Dove i dati sono propaganda, non accountability, la misurazione delle emissioni diventa episodica e l’illecito ambientale si confonde con la routine. Terzo: la rottura del nesso fra decisione e conseguenza, tipica dei sistemi in cui carriere e budget dipendono dalla fedeltà politica: chi decide non paga, chi respira sì.
Non stupisce, allora, che le stime internazionali descrivano il Venezuela come un caso estremo: l’IEA indica un’intensità delle emissioni di metano upstream di circa 6 volte la media globale e un’intensità del flaring intorno a 10 volte. E la tecnologia, oggi, rende difficile nascondersi: immagini satellitari (strumento EMIT) hanno mostrato, in una sola giornata del 24 settembre 2025, più episodi emissivi concentrati nella stessa area; e non è un caso che le segnalazioni più ricorrenti si addensino proprio dove gli impianti sono più vulnerabili, come nello Stato di Monagas.
E qui entra l’Europa. Il Regolamento Ue 2024/1787 vieta il venting (lo sfiato intenzionale di gas direttamente in atmosfera, attraverso valvole, sfiati di sicurezza o operazioni di esercizio/manutenzione) salvo casi eccezionali, e bandisce il flaring “routinario”; inoltre sposta il tema sulle importazioni: dal 5 maggio 2025 scattano obblighi informativi, dal 1° gennaio 2027 requisiti di monitoraggio e verifica equivalenti, dal 5 agosto 2028 il reporting sull’intensità di metano e, dal 5 agosto 2030, limiti massimi per i nuovi contratti. Traduzione: il mercato europeo prova a far pagare lo spreco a monte, là dove il gas nasce.
È qui che la retorica che imputa al “capitalismo” la distruzione dell’ambiente mostra la sua fragilità e il mercato mostra la sua grande forza: quella di reagire ai prezzi. Se internalizzi le esternalità (tasse pigouviane, ETS, standard verificabili), lo spreco diventa costo e, nel medio e lungo periodo, gli investimenti in ricerca e sviluppo danno i loro frutti: si chiama innovazione. Le grandi ferite del Novecento – dal Mare d’Aral alle città industriali avvelenate dall’economia di comando, fino a Chernobyl – ricordano invece cosa accade quando informazione, responsabilità e incentivi vengono sterilizzati: l’ambiente diventa un danno laterale, non un vincolo.
E la Cina? L’obiezione conferma la tesi: i progressi ambientali sono stati finanziati da crescita, investimenti, filiere e tecnologia, cioè dal capitalismo (di Stato, ma sempre capitalismo), non da un’economia “senza prezzi”.
