Il liberismo che non c’è in Italia: prezzi più alti dell’inflazione, c’è puzza di cartello…

Da sempre sul banco degli imputati come la causa di tutti mali economici e non dell’Italia, il liberismo, nel Belpaese, è utile solo per discutere nei salotti buoni e nei talk televisivi. Perché di esso, nell’economia reale, non vi è traccia. Eppure la cronaca di questi giorni ci spiega ancora una volta la necessità di avere un sistema economico più libero, con meno Stato presente e più orientato alla tutela dei consumatori. L’ultimo episodio è l’apertura da parte dell’Antitrust di una indagine conoscitiva sulla grande distribuzione alimentare.

Con la calma tipica della burocrazia italiana, dopo quattro anni l’Autorità Garante si è accorta che i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti molto più della media dell’inflazione: circa il 25 per cento rispetto al 18 per cento. L’ipotesi è che ci sia un cartello, un accordo, tra i principali player della grande distribuzione per mantenere i prezzi alti. In parole povere: speculazione. Come non citare, poi, la protesta dei tassisti contrari a qualsiasi ipotesi di riforma della categoria con il risultato che nei Paesi moderni una corsa in taxi è alla portata di un’app; in Italia devi raccomandarti al Santo preferito della tua città natale.

Equivoco

Molti sono convinti che il liberismo sia semplicemente mancanza di regole sui mercati. È un equivoco che nel Belpaese va avanti da decenni.
È vero che Smith ha teorizzato la “mano invisibile”, cioè la capacità dei mercati di autoregolarsi e di individuare l’utilità ottimale per produttori, venditori e consumatori. È anche vero, però, che il liberismo classico è fieramente contro i monopoli, gli oligopoli, le corporazioni, gli accordi fatti a danno dell’anello più debole della catena, cioè il cittadino. Tutte strutture ampiamente rintracciabili nel sistema economico italiano. I monopoli, spesso incoraggiati dallo Stato, si affiancano agli accordi di cartello come quello delle assicurazioni, delle banche e delle grandi società energetiche. Per non citare le utilities degli enti locali, i trasporti. Insomma: non c’è un comparto in cui non si possa rinvenire una distorsione di mercato. La cosa più grave è che le Autorità create per evitare queste situazioni funzionano male o la legge non permette loro di agire con correttezza. O sono semplicemente succubi della politica.

Stato imprenditori

Siamo chiari: il grande problema è che in Italia i liberisti sono sempre stati una minoranza tra la socialdemocrazia e la democrazia sociale che dal secondo dopoguerra governa la Nazione. La prova di tutto ciò sta nello Stato imprenditore che governa, in maniera diretta o indiretta, grandi aziende che producono una quota enorme del prodotto interno lordo, circa il 15 per cento. Se alla fine della Seconda Guerra mondiale ciò ha portato al boom economico, nella economia globalizzata ha invece dimostrato tutti i difetti dell’eccessiva presenza dello Stato e delle sue derivazioni nell’economia. Secondo molte analisi, su un euro di prodotto interno lordo quasi la metà è imputabile alla Repubblica. Una cifra enorme che, spesso, non crea utile ma solo inefficienze, clientele e perdita di valore aggiunto a danno dei cittadini. Non si tratta solo di una storia vecchia: siamo pur sempre il Paese delle corporazioni. È un atteggiamento culturale che ci siamo portati avanti nei decenni. Le università, le scuole, gli intellettuali ma anche la classe imprenditoriale in alcuni casi hanno guardato al liberismo come il male assoluto.

Ma quale liberismo esiste in Italia? Quale turbo capitalismo abbiamo mai applicato nel Belpaese? Nessuno. A testimoniarlo non sono le parole ma i fatti. L’Italia è al quarantaseiesimo posto per indice di libertà economica. La burocrazia asfissiante costa al sistema circa 120 miliardi di euro l’anno per le sue inefficienze. Senza contare che i mercati sono in mano a poche, solide aziende in grado di “influenzare” anche la politica. Ecco allora che il liberismo diventa il capro espiatorio, “il fantasma che si aggira per l’Italia”, parafrasando Karl Marx, ma che nella realtà nessuno ha mai visto.