C’è un punto oltre il quale la libertà di espressione politica cessa di essere un diritto e diventa un problema molto serio. Perché le idee smettono di essere opinioni e si trasformano in programmi operativi, in chiamate all’azione, in meccanismi di esposizione e intimidazione. È esattamente quel punto che viene superato dai documenti pubblicati online dal cosiddetto “Nuovo Partito comunista italiano”, liberamente accessibili a chiunque e rivendicati apertamente come linea politica del movimento.
Il manifesto
Il manifesto intitolato “Il nostro piano di guerra per instaurare il socialismo” non è un saggio teorico. È un testo insurrezionale che parla esplicitamente di “guerra popolare rivoluzionaria”, di “piano di guerra”, di “forze nemiche da distruggere”, di “neutralizzazione di funzionari civili e militari”, di costruzione di strutture clandestine, di cellule, di comitati, di uno Stato Maggiore. Si tratta di un vero e proprio manuale politico-strategico che supera ampiamente il perimetro della critica radicale al capitalismo. Niente di molto diverso dai manifesti programmatici delle Brigate Rosse che vengono, peraltro, espressamente ricordate.
Il nuovo Partito comunista italiano stila liste di proscrizione
Ma è la seconda operazione condotta dallo stesso movimento a rendere il quadro ancora più inquietante e il pericolo tangibile. La pubblicazione di una lunga lista nominativa di persone accusate di “sostenere lo Stato sionista d’Israele nell’opera di colonizzazione e pulizia etnica” rappresenta un salto di qualità pericolosissimo. Siamo di fronte a una vera e propria lista di proscrizione, costruita per accostamento ideologico, che attribuisce a singoli individui responsabilità morali assimilabili a crimini contro l’umanità.
Il meccanismo
Il meccanismo è noto e storicamente documentato: si parte da dati apparentemente neutri – un incarico, una professione – e li si inserisce in un contesto accusatorio unitario che li trasforma in marchi infamanti. Il risultato non è informazione, ma esposizione. Non è critica politica, ma delegittimazione personale. E quando si arriva al punto di pubblicare fotografie e dati identificativi di riservisti con doppia cittadinanza italo-israeliana, che non sono personaggi pubblici e che hanno semplicemente adempiuto a obblighi di legge in uno dei loro Paesi di cittadinanza, il rischio diventa estremamente concreto. Quelle persone vengono rese riconoscibili, tracciabili, vulnerabili. In un clima internazionale segnato da un aumento esponenziale degli atti antisemiti, molti dei quali letali, esporre quelle persone è un atto inquietante.
Due facce della stessa impostazione
Non è necessario che un testo contenga un appello esplicito alla violenza per produrre effetti violenti. Le liste di proscrizione del Novecento non funzionavano gridando “uccidete”, ma indicando chi fosse il nemico, chi dovesse essere isolato, chi meritasse di essere colpito. Dal punto di vista giuridico, il combinato disposto tra un manifesto che teorizza e organizza la violenza politica e una lista che individua e segnala nemici interni è ciò che rende il quadro particolarmente grave. Non siamo di fronte a due episodi scollegati, ma a due facce della stessa impostazione: prima si costruisce il paradigma della guerra rivoluzionaria, poi si iniziano a indicare i bersagli. In questo contesto, ipotesi come la diffamazione aggravata, l’istigazione, la propaganda d’odio e persino il trattamento illecito di dati personali sono questioni che necessitano urgentemente di una valutazione giudiziaria seria.
Un appello
L’appello che facciamo alle istituzioni è un richiamo alla responsabilità. Spetta alla magistratura valutare se nei documenti pubblicati emergano fattispecie penalmente rilevanti, e spetta alla politica difendere senza ambiguità il perimetro democratico. La Storia insegna che i fenomeni eversivi non diventano pericolosi all’improvviso, ma quando vengono sottovalutati, normalizzati, lasciati proliferare nel nome di una tolleranza malintesa. Anni Trenta e anni Settanta docet.
