Il Partitone summa di ideologie e quel femminismo che cambiò tutto (tra virgolette)

Caro Claudio,
per capire quale sommatoria di culture diverse fosse il PCI, ma anche quale capacità di assimilazione avesse un Partito nato con riferimenti di classe molto netti e da un’ideologia, il marxismo-leninismo, non proprio aperta alla diversità e alla tolleranza – seppur temperata dalla via italiana al socialismo di Palmiro Togliatti – bisogna capire il suo incontro con i diritti civili. La prima mossa, quella di apertura che poi ha determinato tutto il resto, fu nel ‘74 la presa di posizione a favore del divorzio nel Referendum. Posizione contrastata da chi vi vedeva solo un’estensione di libertà “borghesi”.

Ricordiamoci che Berlinguer aveva tessuto negli anni ‘50 in un discorso ai giovani comunisti l’elogio di Maria Goretti, la santa fanciulla morta per difendere la sua verginità. Vero anche che il Partitone aveva davanti a sé l’esempio di Palmiro Togliatti, separato dalla prima moglie e vissuto more uxorio con Nilde Iotti, allora giovane deputata di Reggio Emilia. Fatto sta che, con quel referendum, il PCI iniziò contemporaneamente sia la sua lunga marcia verso le libertà civili, seppur borghesi, sia la demolizione di teorie politiche strettamente classiste e un po’ dogmatiche. Poi venne il Referendum sull’aborto (1981) che provocò non pochi mal di pancia anche in molti compagni di larghe vedute. L’ idea che toccasse esclusivamente alla donna decidere l’eventuale interruzione di una gravidanza sovvertiva completamente uno dei punti fondamentali di quella che allora era veramente una società prevalentemente patriarcale. Eppure il PCI scelse le donne, e anche Berlinguer cominciò a cambiare idea sul femminismo che aveva a lungo criticato, perché era inaccettabile che la contraddizione uomo/donna potesse oscurare quella fra le classi. Tanto per ricordare i tempi, Lotta Continua si sciolse nel 1976 anche per l’attacco durissimo che le donne dell’organizzazione rivolsero al gruppo dirigente accusato di maschilismo.

In questo clima nuovo, arriviamo agli anni ‘80, e al mio lavoro all’ARCI (quando costruimmo con Ermete Realacci Legambiente) mentre il Presidente Enrico Menduni trasformava radicalmente la vecchia organizzazione collaterale al PCI e al PSI. I diritti civili balzarono in primo piano e si formò il primo nucleo dell’ARCI gay, con personaggi poi diventati dirigenti del Partito come Grillini e Nichi Vendola. Se qualcuno mi avesse detto che quest’ultimo sarebbe diventato Presidente di una Regione del Sud importante come la Puglia non ci avrei creduto manco morto. Anche perché, quando l’ARCI gay prese vita, fulmini e tuoni arrivarono da tutte le parti, da diversi dirigenti importanti di Botteghe Oscure, ma anche dalla “base”, dalle Case del Popolo, dove di dare ospitalità ai “busoni” – come venivano affettuosamente chiamati gli omosessuali – non se ne parlava proprio. Per di più, giusto per metterci un carico da 11, l’ARCI fece una campagna del tesseramento con manifesti ideati da Gianni Sassi, cui il Comune di Milano ha appena dedicato una via, che avevano per protagonista un uomo completamente nudo.

Manifesti che furono rispediti in molti casi al mittente. A un certo punto, poi, venimmo contattati da due simpaticissime signore, Carla e Pia, che svolgevano il lavoro più antico del mondo, e che avviarono una discussione (valida) sulla legalizzazione della prostituzione, argomento che ancora oggi divide sia il mondo degli uomini che quello delle donne (ho letto recentemente che, ancorché la prostituzione non sia – ancora – legalizzata, l’Agenzia delle Entrate ha prodotto un codice di attività che la riguarda). Giusto per concludere, all’epoca – per non farci mancare niente – io e il compianto Renato Nicolini, mitico assessore delle estati romane, prestammo anche la nostra partecipazione ad alcuni fotoromanzi per una rivista dal nome programmatico: “La Lucciola”. Ma anche queste mattane il PCI era in grado di assorbirle, discutendone e immettendo un po’ di buonsenso in tematiche oggettivamente ostiche e non tutte condivise dai ceti popolari. Senza dimenticare che le mitiche masse popolari, ma non solo, continuavano – e continuano – ad esprimere bisogni materiali fondamentali. Per un certo periodo al PCI riuscì la sintesi tra tematiche molto diverse, e questo va a suo onore. Mentre erano del tutto sconosciuti gli eccessi della cultura woke che ha portato la sinistra, non solo italiana, decisamente fuori strada.

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Caro Chicco,
come ricordi, il tema dei cosiddetti “diritti civili” (in questa mail userò molte virgolette, è sempre difficile trovare le espressioni giuste quando si maneggiano questioni complesse!) fino a un certo punto, ma abbastanza recente, veniva affrontato nel PCI quasi esclusivamente dalle donne. Storicamente sono state sempre loro a spingere il Partitone a superare confini che sembravano invalicabili. Nell’antica, tradizionale divisione dei ruoli e dei compiti interni, alle compagne spettava occuparsi di asili-nido o consultori, mai di questioni più importanti; mai che una donna diventasse responsabile – che so – dei problemi del lavoro, dell’economia o della cultura. Questo perché la questione femminile era considerata un semplice riflesso della questione di classe. La condizione della donna non era un problema “autonomo”, ma uno dei tanti effetti dell’alienazione e dello sfruttamento capitalistico. Fa sorridere parlarne ora in questi termini, ma quando noi mettemmo piede nel Partito, caro Chicco, così la si pensava: solo l’avvento del Socialismo avrebbe potuto eliminare la subordinazione femminile. Parlare di donne significava parlare di uguaglianza economica e giuridica, non di identità, desiderio, soggettività, che erano considerate cattive parole.

Fu il femminismo a cambiare tutto, diciamo la verità, ma irrompendo dal di fuori nella vita del partito. E fu una sfida teorica e politica enorme. Le donne cominciarono a contestare l’impostazione “emancipazionista”, che significava diventare “uguali agli uomini”, senza mettere in discussione i parametri maschili del potere. Solo la “liberazione” poteva ridefinire quei parametri, affermare una soggettività autonoma, anche in conflitto con la logica di classe. Da quel grande pachiderma che era, il PCI cercò di intercettare le nuove domande delle donne (autodeterminazione, sessualità, ruolo della famiglia, corpo), ma reagendo con lentezza e ambiguità alla rivoluzione. Solo pochi capirono davvero che cosa stava succedendo: tra questi Gerardo Chiaromonte – il dirigente comunista più aperto e illuminato – che comprese attraverso i confronti in famiglia con le figlie Franca e Silvia la radicalità dei cambiamenti in atto. Ma, nell’insieme, il Partito temeva la frammentazione del suo fronte sociale e politico, e continuava a ritenere quella di classe come la “contraddizione principale”, questo si diceva nelle sezioni; le altre erano battaglie “secondarie”, o “derivate”. E di questa visione si risentì nelle stesse grandi battaglie civili, pure vinte (i referendum sul divorzio e sull’aborto), ma mai vissute con particolare entusiasmo nella pancia del Partito.

I problemi diventarono acutissimi quando la spinta delle donne si spostò sul terreno del potere. A quel punto non bastava più il riconoscimento dei diritti; le donne chiedevano di contare, di entrare nei luoghi delle decisioni. Così si aprì il tema delle “quote di genere”, negli organismi interni e nelle istituzioni: uno strumento per forzare la cultura del Partito, maschile e verticale. Fu un passaggio molto delicato: tanti vi vedevano una forzatura “non meritocratica”. Si cominciò a parlare di democrazia paritaria: non più solo uguaglianza formale, ma equilibrio tra maschile e femminile nella rappresentanza, nel linguaggio, nel potere. Fu un’evoluzione teorica e simbolica cruciale, che segnò la fine della “questione femminile” come tema settoriale e l’avvio del discorso sulla differenza di genere come risorsa democratica. Nella pratica questo significò che le nottate trascorse a decidere la formazione degli organismi di partito o delle liste con il bilancino sociale (tot operai, tot intellettuali ecc) diventarono assai più tormentate, perché bisognava rappresentare la componente di genere.

E non solo. Venivano anche avanti le prime spinte woke, allora sacrosante, prima che diventassero estreme e più che discutibili. Dalla scivolosità di queste problematiche sarei stato personalmente colpito nell’ottobre del 1998, quando si dovette formare il governo D’Alema. Dovendo anche in quel caso rispettare il criterio delle quote, gli suggerii di inserire nel governo Giovanna Melandri, in quanto “bella donna” che sarebbe “venuta bene nelle foto”. Questa mia gaffe incauta e stupida cominciò a circolare, e tutti me ne dissero – giustamente – di ogni colore. Anche Giovanna si incazzò moltissimo, e per un po’ mi tolse la parola. Poi facemmo pace. D’altronde, il fatto che – oltre a essere brava e capace – fosse anche bella, lo pensavo e lo penso ancora oggi.