Dopo un ventennio la rilettura di Free World. America, Europa e il futuro dell’Occidente (2004, 2005 in italiano) di Timothy Garton Ash si rivela piena di insegnamenti. Lo scenario è quello del dopoguerra iracheno; la seconda guerra a Saddam Hussein era terminata il primo maggio 2003, dopo aver provocato sollevazioni antiamericane nelle opinioni pubbliche mondiali, marce e dimostrazioni, e una esplicita ostilità dei governi europei, sorprendentemente anche di quello tedesco. Era la stagione di Joschka Fischer, 1998-2005, ma anche di Berlusconi, e di quella che Ash chiamava una coinè ‘neogollista’. Un’Europa autonoma, altra dall’America (di Bush) e superiore per valori.

Singolare che chi oggi depreca l’abbandono americano e una inedita orfanità dell’Europa non si ricordi della malriposta affermazione identitaria dell’Europa di venti-venticinque anni fa di fronte agli USA sottoposti a sfide su più fronti. Gli ambienti politici e la stessa cultura politica USA ne furono segnati e la memoria di quella nostra velleitaria e ideologica stagione, anche nei vertici europei, riemerge oggi nei malumori di Trump: “l’Europa si è comportata molto male nei nostri confronti”. Ma la storia prende negli stessi anni di inizio millennio un profilo più drammatico, che trascende i rapporti euro-americani. Quella esibizione progressista (contro “il cowboy Bush”) aveva come corrispettivo una Ostpolitik ambiziosa, il progetto che io chiamo di una Euro-Russia in alternativa alla storica Euro-America. Le diverse cecità (ideologiche, economiche) nei confronti della lealtà di Putin, contro tutte le evidenze contrarie, sono durate per anni, assieme ad altri errori, quali il sostegno ‘morale’ ai nemici di Israele e le avances verso l’Iran che stava avviando il suo programma nucleare e di egemonia sul Medio Oriente.

Quando si sostiene che l’Europa “non è presente” oggi su nessun fronte di crisi, non si dovrebbero dimenticare questi precedenti. In realtà a. il nucleo franco-tedesco e con esso l’Europa non si preparavano, neppure concettualmente, a nessuna crisi. Galleggiando in una illusione di pace generale, i governi e le opposizioni, l’intelligencija e i media, hanno prevalentemente guidato le loro opinioni pubbliche verso una fiducia (magari decrescente, comunque fiducia) nei confronti del vicino russo, e verso una consonanza – che è stata anche collusione – con i ‘governi’ palestinesi, con Hamas. Che poi le relazioni che contano, dalle collaborazioni scientifiche alle forniture d’armi, siano rimaste favorevoli a Israele, è meno rilevante di una ‘costruzione di opinione’ in senso opposto. L’opera degli opinion makers – non va dimenticato – plasma ormai anche la classe politica, che dipende dai media e non da autonome ‘culture di partito’. Questa contaminazione verso il basso tra opinione e decisione politica può originare un agire irrazionale.

Oggi l’Europa conserva un suo anti-americanismo che risulta, però, di difficile declinazione, di fronte a Trump. Le geometrie sono saltate, oltre i limiti della loro ordinaria variabilità, e ogni partita è difficile da pianificare. Caduto il progetto perverso di una Euro-Russia; immersa nel paradosso che un presidente americano (anche beffardamente) ci invita/impone oggi ad essere autonomi e sufficienti a noi stessi e non lo possiamo, mentre lui stesso ricrea un ponte preferenziale USA-Russia – l’Europa è concretamente disorientata. È una lezione meritata ed è un ritorno di realtà, come molti hanno osservato; che avvenga con nuovi stili nelle relazioni internazionali produce molta chiacchiera ma è la cosa meno importante. Dopo uno scriteriato tentativo d’essere non-America e più che America (come T. Garton Ash coglieva bene) l’Europa riapprende ciò che fingeva di avere dimenticato: le questioni di peso sul fronte europeo si trattano tra Stati Uniti e Russia.

Niente di nuovo? No, vi è una differenza decisiva rispetto al recente passato di ‘pace’ post-1989: il 22 febbraio il Presidente Putin ha, davvero, rotto gli indugi, e come i suoi predecessori sovietici con l’Ungheria, poi con la Cecoslovacchia, ha voluto provvedere a salvare un paese fratello dalla controrivoluzione. Con l’Ucraina, cioè con un paese europeo, questa volta la cosa non è riuscita. Niente, non solo sul piano del diritto internazionale, e nessuno concede questa potestà alla Federazione russa. Nel disordine cognitivo dell’Europa l’unica certezza, e l’unica guida, è dunque una inattesa attività belligerante dell’esercito russo ‘ai suoi confini’ Est. Questo pericolo materiale, come ogni stimolo doloroso, funziona: la posizione della Germania ne è il sintomo più sicuro. E già il bilancio di un’Europa che sceglie con fermezza e sacrificio l’Ucraina è da considerare, dopo 20 anni di supponenze anti-americane e di compiacimenti euro-russi, non in perdita. Nonostante gli umori trumpiani, o forse in virtù loro, questo è anche il ritorno dell’intelletto europeo politicamente responsabile dell’Euro-America Occidente.

Pietro De Marco

Autore