Dopo averla rimandata a causa delle notizie che arrivavano in quei giorni dall’Ucraina, a mesi di distanza sta per prendere il via il viaggio istituzionale su più tappe che porterà la premier italiana Giorgia Meloni prima nella penisola arabica, con una tappa nel sultanato dell’Oman, per arrivare poi nell’Indo-Pacifico, e in particolare in Giappone e in Corea del Sud.

Quest’iniziativa si inserisce in una strategia definita e pragmatica di Roma, volta a diversificare la portata e l’impatto globale dell’Italia in una fase di elevato rischio geopolitico e profonda incertezza. Un’incertezza che, come sottolinea Brian Katulis, Vice President for Policy e Senior Fellow del Middle East Institute, riguarda oggi anche gli Stati Uniti, mentre la Cina continua ad affermarsi come una forza da non sottovalutare, sia nella regione indo-pacifica sia a livello globale, in numerosi settori. Secondo Katulis, Roma sta cercando di posizionarsi sempre più come produttore di sicurezza e stabilità, e non soltanto come consumatore, adottando un approccio pragmatico volto ad approfondire i legami italiani in una delle aree chiave del sistema internazionale.

In questo contesto, coerenza e affidabilità diventano elementi centrali per costruire sicurezza e prosperità durature in un mondo multipolare sempre più complesso. Il rafforzamento dell’industria nazionale della Difesa, in particolare nei comparti navale e aerospaziale, accompagnato dall’espansione delle relazioni italiane in regioni strategiche come l’Indo-Pacifico e il Medio Oriente, rappresenta per Katulis un chiaro segnale dei tempi. Un’indicazione di quanto molti Paesi, soprattutto le potenze medie, stiano riconsiderando il proprio ruolo alla luce dell’incertezza crescente sul comportamento e sulle priorità delle grandi potenze, dagli Stati Uniti alla Russia, fino alla Cina.

Sul piano transatlantico, la strategia indo-pacifica di Giorgia Meloni appare sostanzialmente in linea con l’impostazione generale di Washington. Più che una mossa simbolica o di natura nazionalista, si tratta di un approccio calibrato e sfumato, pensato per massimizzare il potenziale globale dell’Italia e la qualità delle sue relazioni internazionali. La National Security Strategy del 2025 della seconda Amministrazione Trump ha infatti definito l’Indo-Pacifico come uno dei principali campi di battaglia economici e geopolitici del XXI secolo, sottolineandone il peso crescente in termini di Prodotto interno lordo e il ruolo centrale nella competizione globale. In questo quadro, l’impegno statunitense per un Indo-Pacifico “libero e aperto” trova una sponda coerente nell’attivismo italiano.

Meloni sta così cercando di rendere l’Italia un attore più proattivo che reattivo rispetto alle dinamiche della regione, mantenendo al tempo stesso un solido coordinamento con gli Stati Uniti. Ma non solo. L’apertura italiana offre anche l’opportunità di rafforzare un approccio più coordinato dell’Unione europea verso l’Indo-Pacifico, proponendo un modello che altri Paesi membri potrebbero seguire e creando nuovi spazi di cooperazione. In quest’ottica, un partenariato di sicurezza più strutturato con attori come Giappone e Corea del Sud potrebbe contribuire a rafforzare la sicurezza complessiva dell’Unione, anche su dossier apparentemente lontani dalla regione, come il sostegno all’Ucraina e la gestione delle conseguenze strategiche della guerra condotta dalla Russia.

Lorenzo Piccioli

Autore