L’Iran da una parte prova a negoziare con gli Stati Uniti di Donald Trump dopo settimane di protesta che hanno visto scendere nelle strade di tutto il Paese migliaia di cittadini contro la dittatura, dall’altra cerca di limitare le menti di questa protesta, ovvero gli studenti. Come? O uccidendoli a bruciapelo, con un colpo d’arma da fuoco alla testa, o limitando la loro influenza nelle università e nei luoghi di sapere. E’ delle scorse ore infatti la decisione  dell’Università di Teheran di chiudere tutti i dormitori degli studenti per almeno 10 giorni, ma non è da escludere che la chiusura possa protrarsi a tempo indeterminato, fino a quando le proteste non cesseranno.

Iran, limitare i campus universitari

L’agenzia di stampa Tasnim, vicina alla Repubblica islamica in un Paese dove tutto è censura, ha riferito che la chiusura inizierà domani, 13 gennaio. Agli studenti è stato chiesto di lasciare i loro dormitori il prima possibile. I vertici dell’ateneo hanno, inoltre, annunciato che a breve saranno varati nuovi regolamenti e orari per l’ingresso e l’uscita degli studenti. L’intento è quello di limitare i campus universitari, tra i principali centri delle proteste anti-governative, e, secondo fonti ufficiali, la decisione della loro chiusura è stata presa in coordinamento con il ministero della Scienza e le Agenzie di sicurezza.

Migliaia di vittime da inizio proteste: volti irriconoscibili

Dall’inizio delle proteste, che si sono diffuse a macchia d’olio in tutte le città dell’Iran, le persone uccise dalle Guardie della Rivoluzione sono almeno 572 (secondo quanto riferiscono gli attivisti di Human Rights Activists News Agency). Di queste, 503 erano manifestanti, 69 agenti delle forze di sicurezza. Ma il numero è assai sottostimato e potrebbe essere cinque-sei volte più grande. Dai video che circolano nelle ultime 24 ore, emerge un numero imponente di vittime tra i manifestanti. Centinaia quelli chiusi in sacchi neri e scaricati all’interno e all’esterno dell’obitorio di Teheran tra la disperazione dei familiari costretti a riconoscerli dai tatuaggi e da altri segni distintivi considerato che molti hanno il volto irriconoscibile dai proiettili esplosi da distanza ravvicinata.

Inoltre sono almeno 10mila le persone arrestate nel corso delle proteste che hanno visto camuffarsi, tra i manifestanti, anche fedelissimi dai pasdaran per deviare cortei e creare imboscate. Dal canto suo il governo iraniano non ha fornito dati complessivi sulle vittime nelle manifestazioni con Associated Press che non è stata in grado di valutare in modo indipendente il bilancio delle vittime, dopo il blocco di Internet e delle telefonate. Grazie a Starlink, filmati e foto della repressioni riescono ad uscire dall’Iran e a raggiungere il mondo occidentale.

La propaganda e l’apertura al dialogo con Trump

Intanto oggi a Teheran e in altre città, la propaganda iraniana è scesa in campo con manifestazioni pro-governative in condanna ai “crimini dei terroristi armati” e per ribadire il sostegno all’ayatollah Ali Khamenei. Inoltre la Repubblica islamica è intervenuta a livello diplomatico, per dichiarare il proprio dissenso ai Paesi che hanno espresso sostegno alle proteste. In quest’ottica in mattinata sono stati convocati al ministero degli Esteri gli ambasciatori di Italia, Francia, Germania e Regno Unito che sono stati costretti a vedere foto e filmati delle presunte azioni violente da parte dei manifestanti, definite veri e propri “atti di sabotaggio organizzato”, coordinati anche da “agenti del Mossad” israeliano.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, dopo aver accusato Stati Uniti e Israele di coordinare appunto le proteste, ha precisato che “l’Iran non cerca la guerra, ma è pronto per la guerra” ed è pronto “a negoziare” in maniera “reale” senza accettare “ordini e imposizioni”. Da qui – stando a quanto riferito dal giornalista di Axios Barak Ravid – Araghchi avrebbe contattato l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff durante lo scorso fine settimana, dopo le minacce di intervento militare lanciate dal presidente Trump a sostegno delle proteste in corso nel Paese. Una sorta di tentativo da parte di Teheran di allentare le tensioni con Washington, o almeno di guadagnare tempo prima che Trump ordini qualsiasi azione militare. I due avrebbero discusso della possibilità di un incontro nei prossimi giorni.

 

Redazione

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