Iran, quando la guerra serve: i regimi non si fermano con le parole

This image provided by U.S. Central Command shows a F/A-18E Super Hornet launching at left, as an F/A-18E Super at right, prepares to launch from the flight deck of Nimitz-class aircraft carrier USS Abraham Lincoln (CVN 72) in support of Operation Epic Fury, on Saturday, Feb. 28, 2026. (U.S. Navy via AP)

La guerra in corso contro il regime islamico in Iran non è una semplice operazione militare regionale. È una missione strategica su larga scala contro uno dei principali fattori di destabilizzazione globale degli ultimi 47 anni. La Repubblica islamica non è stata soltanto una dittatura contro il proprio popolo: è stata protagonista dell’instabilità internazionale. Dal Medio Oriente all’Africa, dal Sud America fino all’Europa, il regime islamico in Iran ha costruito una rete globale fatta di milizie, gruppi terroristici, traffici illegali e operazioni politiche clandestine. Ha finanziato e armato organizzazioni estremiste, sostenuto reti criminali e cartelli della droga, infiltrato movimenti politici e organizzazioni apparentemente civili nelle democrazie occidentali. Tutto questo con un obiettivo ideologico preciso: esportare l’Islam politico e indebolire le società liberali.

Per anni, questa strategia ha potuto avanzare anche grazie alla cecità di una parte dell’Occidente. Settori della sinistra occidentale hanno spesso accettato o minimizzato la natura ideologica e autoritaria di questo progetto, preferendo interpretarlo attraverso categorie politiche che non ne coglievano la reale portata. Ancora oggi molte piazze occidentali si riempiono di slogan e bandiere in nome della pace, ma spesso senza riconoscere le responsabilità di chi ha alimentato per decenni instabilità e conflitti nella regione. La storia europea dovrebbe insegnare prudenza verso queste semplificazioni. Anche in Italia la libertà non è arrivata da sola. La Resistenza non avrebbe potuto sconfiggere il fascismo senza il decisivo intervento militare degli Stati Uniti e degli Alleati. La libertà europea è stata il risultato di sacrifici, coraggio e, quando necessario, dell’uso della forza contro regimi che non potevano essere fermati con le parole.

Oggi il popolo iraniano sta ricordando al mondo proprio questo. Dopo quasi mezzo secolo di repressione, molti iraniani stanno dimostrando nelle piazze quanto sia profondo il desiderio di libertà. Le loro voci ricordano all’Occidente quanto siano preziosi i princìpi di democrazia che spesso diamo per scontati. Un Iran libero e democratico cambierebbe profondamente l’equilibrio geopolitico. Significherebbe la fine di uno dei principali centri di destabilizzazione del Medio Oriente e l’apertura di nuove prospettive economiche e politiche.

Per l’Italia, le opportunità sarebbero enormi: energia, infrastrutture, commercio e nuovi collegamenti strategici tra Europa e Asia. Ma soprattutto un Iran libero contribuirebbe alla stabilità regionale e alla sicurezza europea. La pace resta sempre l’obiettivo finale. Ma la Storia insegna che la pace duratura raramente nasce dalla debolezza. A volte, purtroppo, libertà e prosperità arrivano solo quando qualcuno è disposto a fermare con decisione chi le minaccia.