Trump sostiene che vi siano esponenti del regime iraniano che vorrebbero riparare in esilio, ma soltanto dietro garanzia di immunità. Non esistono, infatti, prospettive di fuga che diano garanzie di sicurezza e di sopravvivenza per quei funzionari che volessero fuggire via dal Paese. Intanto l’offensiva israelo-americana sta devastando l’esercito iraniano: Teheran è sottoposta a bombardamenti pressoché costanti, gran parte dei comandanti di alto rango sono morti e gli animi nella regione si stanno riscaldando contro la Repubblica islamica.

Iran, sconforto all’interno del regime

All’interno del regime vi è sconforto, sconcerto e disperazione, manca personale esperto e qualificato per ricoprire i vertici delle forze di polizia, dei guardiani della rivoluzione, dei paramilitari basij e perfino dell’esercito. Ieri è stato polverizzato l’edificio sede dell’Assemblea degli esperti nella città santa di Qom. Nelle stesse ore, l’Arabia Saudita ha fatto sapere, nero su bianco, che potrebbe entrare in guerra contro l’Iran al fianco di Stati Uniti e di Israele e assieme alle altre monarchie del Golfo. Anche il Pakistan si è manifestato a sostegno di Riad, dicendosi pronto ad entrare in guerra contro l’Iran, al fianco di Israele. Si tratta di un duro colpo per i due maggiori nemici dell’Occidente: la Russia e la Cina, che perderebbero definitivamente la lotta per il dominio nella regione mediorientale. L’Iran smetterebbe di vendere droni alla Russia, di fornire petrolio a basso costo alla Cina e alla Corea del Nord, che perderebbe una fetta di mercato nella fornitura dell’arsenale balistico che l’Iran usa per le sue guerre e per minacciare il mondo. A essere stati colpiti dagli attacchi sono anche il quartier generale del Ministero dell’Intelligence del regime iraniano e il sito di arricchimento di uranio a Natanz. A Teheran è stata bersagliata la base della cosiddetta “Polizia morale” a Gisha, i cui capi sono stati eliminati. L’esercito israeliano ha annunciato la distruzione del quartier generale della polizia del campo di Sarallah. Buona parte dei trecento centri nevralgici della repressione, in prima linea nel brutale massacro perpetrato nelle strade iraniane tra l’8 e il 9 gennaio, sono stati distrutti.

L’UE si sente minacciata

Intanto la Repubblica islamica cerca di regionalizzare il conflitto e anche l’Unione europea certamente non può non sentirsi minacciata. A seguito della minaccia contro Cipro, il Regno Unito e la Grecia hanno dispiegato sistemi avanzati di difesa sull’isola per scoraggiare ulteriori attacchi iraniani. In Kuwait, invece, è stata presa di mira l’area vicina all’ambasciata americana. Attacchi anche a Riad e perfino in Oman, Paese mediatore dei recenti colloqui indiretti tra Usa e Iran. Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha minacciato poi di colpire qualsiasi nave tentasse di attraversare lo Stretto di Hormuz e ha avvertito che avrebbe bloccato le esportazioni di petrolio dalla regione.

I movimenti dei combattenti del PKK

Sul fronte interno, pochi giorni fa, ben sette partiti curdi iraniani, tra cui il ramo iraniano del PKK, il PJAK, si sono uniti sotto la bandiera della Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan iraniano e hanno dichiarato pieno sostegno ai manifestanti. Separatisti curdi armati hanno già tentato di attraversare il confine con l’Iran dall’Iraq. L’Organizzazione nazionale di intelligence turca avrebbe informato il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche dell’Iran dei movimenti dei combattenti. Diverse migliaia di combattenti del PKK sono dislocate lungo il confine tra Iran e Iraq, dove ha sede la leadership ribelle, potrebbero potenzialmente unirsi alla lotta in Iran. I partiti curdi, infatti, potrebbero essere tentati di scatenare un conflitto civile in alcune parti dell’Iran, potenzialmente sostenuti da Israele, per contribuire a far cadere il regime o destabilizzarlo ulteriormente.

Trump e l’intervento via terra

Trump, nelle sue dichiarazioni pubbliche, ha fatto riferimento a un intervento con gli stivali a terra in Iran, in caso di necessità. Lo stesso presidente Usa ha parlato telefonicamente con alcuni leader curdi con base in Iraq per discutere della guerra tra Stati Uniti e Israele e dell’attuale situazione in Iran e di cosa potrebbe accadere in futuro. La forza curda, che potrebbe essere impegnata in una operazione di terra con la copertura aerea statunitense e israeliana, è di oltre 138mila uomini presenti nel nord dell’Iraq, costituita dell’esercito Peshmerga, a questi si aggiungono oltre 60 mila combattenti curdi delle YPG in Siria e poi vi sono i combattenti curdi del ramo iraniano del PKK: il PJAK. Trump penserebbe forse di usare i Peshmerga curdi in Iran come fece George W. Bush con l’Alleanza del Nord in Afghanistan nel 2001 contro i talebani.