Letture
Lo scaffale
Italo fu anche uno scrittore politico. “Leggere Svevo” e il lato nascosto del grande autore
Italo Svevo appartiene a quella particolare specie di grandissimi scrittori che, proprio perché grandissimi, riservano sempre qualche cosa che non era ancora venuto alla luce. Così può venire fuori un aspetto meno indagato, e cioè che egli fu anche uno scrittore politico. Potrà sorprendere, perché tutti conosciamo lo Svevo freudiano, o joyciano: eppure esiste, nelle pieghe della “Coscienza di Zeno” soprattutto, ma poi in vari scritti dimenticati, l’autore che era ben dentro il suo tempo – un tempo difficile – non lesinando giudizi e prese di posizione.
Questo agevole libro di Alberto Cavaglion, “Leggere Svevo” (Carocci Editore), è molto utile per approfondire questo tratto meno noto del grande triestino oltre che per riepilogare, romanzo per romanzo, scritto per scritto, l’itinerario dell’autore di “Senilità”, illuminando con discreta fermezza proprio quel versante meno esplorato, dove la letteratura smette i panni dell’introspezione pura per farsi specchio critico della storia e delle sue inquietudini. D’altronde, non si dirà nulla di nuovo se si mette in evidenza la coscienza europea di Svevo in un tempo di tragedie e grandi trasformazioni: e come potrebbe il tema della pace e della guerra non essere centrale in questo quadro?
Gramsci apprezzò gli articoli sveviani sulla “Critica sociale” ed effettivamente lo scrittore fu, sui generis, un socialista. Provò, Svevo, a scrivere addirittura un trattato sulla pace universale, sulla scia di Kant, ma non lo portò mai a termine. Restano a noi frammenti come questo: «La guerra è e resta una cosa turpe per ogni uomo equilibrato e morale. La sua turpitudine non è diminuita né dal patriottismo né dall’eroismo». E altrove scrive: «La guerra che lotta per le cose (…) nel suo corso ne distrugge tante che vincitori e vinti ne risultano impoveriti e non per una ma per molte generazioni».
Risentiva, il triestino, degli orrori della Prima guerra mondiale; ed è ben noto il tumultuoso finale di “Zeno” con quella mirabolante previsione della «espulsione enorme che nessuno udrà e la terra tornata alla firma di nebulosa entrerà nei cieli priva di parassiti e di malattie». Era la terribile febbre spagnola a suggerirgli quelle immagini. Resta l’arma della letteratura, ad uno come lui: «Io scriverò sempre». L’orrore non fermerà il pensiero, in qualche modo si andrà avanti. Dopo la catastrofe da lui vista da vicino, altre ne sarebbero seguite, da Hiroshima a Wuhan, ma aveva ragione Italo Svevo a continuare a scrivere. Rileggiamolo.
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