L'Italia del sì
La lezione del referendum? Le riforme vanno spiegate bene
Il risultato del referendum sulla magistratura si presta a letture diverse. C’è chi vi legge un segnale di difficoltà per il governo Meloni e chi, al contrario, lo interpreta come l’effetto di una mobilitazione emotiva su temi che parlano direttamente alla sensibilità dell’elettorato. Come spesso accade nei referendum, il voto non è stato soltanto tecnico ma profondamente politico.
Durante la campagna referendaria si è insistito molto sull’idea che le modifiche proposte avrebbero inciso su diversi articoli della Costituzione, alimentando il timore di una deriva illiberale. In un Paese in cui il richiamo all’antifascismo resta culturalmente forte, questa narrazione ha trovato terreno fertile, soprattutto tra le generazioni più giovani. Ridurre però l’esito del voto alla sola comunicazione sarebbe una semplificazione. Il referendum si è svolto infatti in un contesto internazionale complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da un rapporto con gli Stati Uniti che continua a dividere l’opinione pubblica. Alcuni hanno criticato il governo per non aver preso abbastanza le distanze dalla linea americana, sia sul piano commerciale sia su quello politico. Ma la politica estera non si misura soltanto con le dichiarazioni simboliche. Gli Stati Uniti rappresentano circa l’11% delle esportazioni italiane, per un valore vicino ai 70 miliardi di euro. Per settori come farmaceutica, macchinari, moda e agroalimentare si tratta del primo mercato extraeuropeo. In questo quadro, mantenere un ruolo di mediazione tra Washington e l’Europa non è una scelta ideologica ma una necessità economica.
Il nodo più rilevante resta tuttavia interno. Molti cittadini faticano a percepire un miglioramento concreto delle proprie condizioni di vita. Gli anziani denunciano servizi assistenziali insufficienti, le imprese continuano a confrontarsi con una burocrazia pesante e la digitalizzazione della Pubblica amministrazione non ha ancora prodotto quella semplificazione promessa da anni. Eppure il contesto nel quale opera oggi il governo è tra i più complessi degli ultimi decenni. Crisi geopolitiche, instabilità economica internazionale e nuovi equilibri commerciali rendono più difficile ogni processo di riforma. In democrazia, i cambiamenti richiedono tempo. Più dei risultati immediati, conta la traiettoria delle riforme e la direzione nella quale si muove il Paese. Da questo punto di vista, alcune scelte del governo – dalla riduzione del cuneo fiscale alla revisione delle aliquote Irpef, il rafforzamento delle politiche attive del lavoro e per la famiglia per contrastare la denatalità, una diversa gestione dei flussi migratori – indicano un tentativo di cambiamento di traiettoria rispetto ai governi precedenti che deve essere rappresentato e spiegato ai cittadini
Il punto decisivo resta però la capacità complessiva del sistema politico e amministrativo di modernizzarsi. Senza una Pubblica amministrazione più efficiente, una giustizia più rapida e un mercato del lavoro – comprese le istituzioni pubbliche – capace di valorizzare davvero il merito, ogni riforma rischia di restare incompiuta. Forse la lezione più importante del referendum è proprio questa: abbassare i toni del confronto politico e chiarire meglio ai cittadini la direzione delle riforme: quale Paese si vuole costruire con la loro collaborazione? Perché alla fine ciò che gli italiani chiedono non è uno scontro ideologico permanente, ma la prospettiva concreta di un Paese che migliora.
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