L'Italia del sì
La lezione della “Brexit” ed il referendum sulla magistratura
Il risultato referendario va letto alla stregua di un promemoria su quanto sia difficile cambiare gli assetti istituzionali contro le narrazioni dominanti, nonché su come sia ancor più complicato costruire delle descrizioni diverse, di tipo più accurato e comunque aderenti alla realtà
Il referendum sulla separazione delle carriere si è chiuso come spesso accade in Italia: non in seguito ad una decisione limpida della cittadinanza su un nodo istituzionale, ma con un giudizio confuso su un racconto. E i racconti, si sa, vincono più delle riforme. Non è una novità, ma di certo è un altro segnale, nel tempo del populismo imperante.
Risulta inevitabile un parallelo con la consultazione referendaria che Oltremanica determinò la “Brexit”. Anche lì, una scelta che coinvolgeva l’architettura istituzionale – il rapporto tra sovranità nazionale e integrazione europea – fu piegata a una narrazione emotiva, costruita su falsità ripetute con disciplina prussiana. La più celebre: l’Unione Europea come zavorra della prosperità britannica. Una tesi smentita dai dati prima e dai fatti poi, ma capace di attecchire in una società con livelli di istruzione mediamente più alti e con una quota inferiore di analfabetismo funzionale rispetto all’Italia. Il che dovrebbe indurre una qualche salutare modestia, almeno in chi carica di ulteriori significati la recente vittoria del fronte italiano contrario a riformare la magistratura.
Nel nostro piccolo, infatti, il copione si è ripetuto. La separazione delle carriere è stata raccontata come un cavallo di Troia per assoggettare la giurisdizione al potere esecutivo, come se ogni modifica ordinamentale coincidesse automaticamente con una subordinazione gerarchica. Si è perfino evocato, con una certa fantasia geopolitica, un filo diretto tra la riforma proposta e le derive di Trump o la tragedia di Gaza: accostamenti che definire forzati è un eufemismo. Eppure, come insegna George Orwell, «chi controlla il passato controlla il futuro»: e chi controlla la narrazione del presente, spesso, controlla anche l’esito di un referendum.
Non meno sorprendente è stato il contributo di una parte della magistratura al dibattito pubblico. Non già per l’intervento in sé – legittimo – ma per la qualità di alcune argomentazioni, che si sono adeguate al collaudato metodo “Brexit”. Si è sostenuto, ad esempio, che la lista dei membri laici sarebbe stata approvata senza maggioranza qualificata, in totale contraddizione con la dottrina costituzionale che ha ritenuto non applicabile all’elezione di organi di garanzia – quale è appunto il Csm – qualsivoglia ipotesi di votazione a maggioranza dei presenti. Un’affermazione che, a voler esser indulgenti, confonde piani diversi; se si preferisce essere franchi, invece, rappresenta un grossolano strafalcione. Il punto, però, non è solo tecnico-giuridico, ma soprattutto simbolico. Quando magistrati siedono, anche metaforicamente, accanto a segretari e vessilli di partiti del “Campo largo” o a bandiere della Cgil, il tema non è la libertà di opinione, ma la percezione di imparzialità. E la giustizia, per citare Piero Calamandrei, «non deve solo essere fatta, ma anche apparire tale». Chi giudica, dovrebbe infatti ispirare fiducia ed un’idea di neutralità nel cittadino, già al momento stesso in cui inizia un procedimento. Figuriamoci quale potrà essere l’impressione dinanzi a singoli magistrati che hanno preso parte attiva nell’industria della menzogna.
Infine, merita qualche considerazione il dato politico che ne è scaturito. La maggioranza parlamentare, che pure aveva inserito la riforma nel programma del governo Meloni, non è riuscita a mobilitare il proprio elettorato. Non è questione di numeri, ma di convinzione. La separazione delle carriere è una riforma di impronta liberale, e dunque culturalmente estranea tanto ad amplissimi settori della maggioranza, quanto a gran parte dell’opposizione. Serviva, per sostenerla, uno sforzo pedagogico ed una chiarezza di linea che non si sono visti. Al contrario, si sono registrati episodi di disimpegno aperto ed una sequenza di boutade – tra dichiarazioni improvvisate e slogan mal calibrati – che hanno finito per indebolire la causa del Sì più di qualsiasi campagna avversaria.
In politica, come in diritto, del resto, la forma è sostanza. E quando la forma è approssimativa, la sostanza si perde. Il risultato referendario, allora, non va letto solo come un voto su una riforma, ma alla stregua di un promemoria su quanto sia difficile cambiare gli assetti istituzionali contro le narrazioni dominanti, nonché su come sia ancor più complicato costruire delle descrizioni diverse, di tipo più accurato e comunque aderenti alla realtà. E questo, oggi, sembra essere il vero deficit tanto dell’opinione pubblica britannica, quanto del nostro contesto inquinato dal populismo di destra e di sinistra, su cui siamo chiamati ad interrogarci.
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