Come tutti sappiamo, il Giorno della Memoria, che si celebra ogni 27 gennaio, è una giornata internazionale istituita dall’Assemblea generale dell’ONU nel 2005 — e già introdotta in Italia con la Legge n. 211 del 20 luglio 2000 — per ricordare la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico, e tutti i deportati nei campi di concentramento nazisti. La data coincide con il 27 gennaio 1945, quando l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz, rivelando al mondo l’abisso in cui l’Europa era precipitata. Ribadiamolo: un vero e proprio abisso di inaudito, imponderabile e inconcepibile abominio, foriero di un immenso dolore collettivo.

La scrittrice Elena Loewenthal ha definito la Shoah «l’orrore più grande che la storia abbia mai conosciuto». Non una tragedia come le altre, ma il punto estremo cui ha purtroppo potuto arrivare la civiltà quando l’ideologia prende il posto della persona e lo Stato smette di essere garante dei diritti per trasformarsi in strumento di persecuzione.

Oggi, ancor più di ieri, la Memoria non è un rito, ma una vera linea di difesa della civiltà. Difendere la libertà, il pluralismo e la dignità dell’individuo significa impedire che l’odio torni a trasformarsi in ideologia e poi in violenza politica. Dopo il 7 ottobre, con il brutale attacco terroristico contro Israele, questo equilibrio fragile è stato scosso anche nelle democrazie occidentali: un antisemitismo che si credeva marginale è riemerso nelle piazze, nelle università e nei social, con sinagoghe vandalizzate, cittadini ebrei intimiditi e slogan che riecheggiano quelli del Novecento. Cose che non avremmo mai voluto rivedere e riascoltare.

Anche il contesto accademico italiano ha visto polarizzazioni problematiche. All’Università di Verona, tra gli incontri per il Giorno della Memoria, è stato inserito un evento sul conflitto israelo-palestinese e Gaza, mescolando riflessioni storico-culturali sulla Shoah con temi geopolitici contemporanei che non sono direttamente connessi al significato storico della giornata. Già in passato simili derive sono state criticate perché rischiano di ridurre o strumentalizzare il dolore delle vittime dell’Olocausto per inserirlo in dibattiti politici attuali distanti dalla Shoah stessa.

Queste scelte non sono neutre: confondere la commemorazione delle vittime del regime nazista con eventi centrati su conflitti in corso può offuscare il messaggio fondamentale della giornata e indebolire l’impegno educativo contro l’antisemitismo e ogni forma di odio. La Memoria richiede rigore storico e rispetto per le vittime; mescolarla con questioni politiche contemporanee di grande complessità può minarne il valore.
Non è solo un problema della comunità ebraica, ma un segnale di allarme per tutte le società liberaldemocratiche, delle quale è nostro sommo dovere difendere i valori, appunto, di libertà e democrazia. Quando l’odio contro una minoranza torna a essere tollerato o giustificato, è lo Stato di diritto a indebolirsi ed è la democrazia stessa a perdere terreno. Per questo la Memoria non serve a guardare al passato, ma a proteggere il futuro.

Valeria Pernice

Autore

Esponente del Partito Liberaldemocratico