È davvero difficile capire per quale ragione la sinistra dovrebbe impantanarsi nel tentativo di redigere un “Nuovo programma fondamentale per rifare l’Italia” come propone Morassut nel suo intervento sul Riformista del 21 ottobre anziché intestarsi e fare proprio l’unico programma che è già stato scritto e che risponde esattamente a questa necessità, oltre che a quella di riformare l’Europa. Questo programma è quello che Mario Draghi ha steso a beneficio dell’Unione Europea. Un programma preciso, dettagliato e concreto che può essere arricchito da quello steso allo stesso scopo, ma con riferimento alle politiche industriali, da Enrico Letta. D’altra parte, a suo tempo, la stessa Elly Schlein, in visita a Bruxelles, dichiarò che quello di Draghi era anche il “nostro programma”. Allora perché adesso no?

Cosa resta del riformismo

La risposta la si può trovare nel testo di Morassut e sta nell’analisi che il PD fa della situazione attuale. Scrive Morassut: “la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione (cioè, i due più potenti motori dello sviluppo) hanno portato inesorabilmente alla rivincita della destra liberale, al populismo, al neo fascismo e all’autocrazia”. Stando così le cose Morassut si chiede: “cosa resta del riformismo? Da dove ripartire posto che il capitalismo attuale, tecnologico, violento, egoista e finanziarizzato non accetta compromessi?”. “La democrazia – prosegue Morassutè più fragile per l’irrompere delle nuove tecnologie, di enormi ingiustizie sociali, dell’impatto distruttivo del turbo-capitalismo che ne ha svuotato dall’interno le basi morali e materiali” e conclude la sua analisi invocando “una sinistra riformista capace non solo di difendersi dall’onda nera (!) ma capace di mettere in campo un programma di forte profondità riformista”. Quanto profonda non è dato sapere!

Un’analisi diversa

Se questa è l’analisi allora l’unica via percorribile è quella indicata da Landini: la rivolta sociale e l’opposizione senza se e senza ma a tutto quello che il governo fa o propone, anche se, come nel caso della giustizia, fa quello che la sinistra democratica e garantista aveva sempre proposto: la separazione delle carriere dei magistrati. Ma davvero le cose stanno così? Siamo davvero all’Apocalisse? Davvero la formidabile rivoluzione tecnologica in atto è destinata a produrre solo lutti e rovine? Davvero la globalizzazione che ha drasticamente ridotto il numero di persone che nel mondo vivono sotto la soglia della povertà è una maledizione? Forse una analisi differenziata aiuterebbe di più a vedere luci ed ombre, pericoli ed opportunità del mondo in cui viviamo. Un’analisi più sobria eviterebbe la demonizzazione dell’avversario e aiuterebbe a trovare soluzioni condivise per i problemi che ci stanno di fronte. Dia retta Morassut, meglio tornare a Draghi, che ha scritto e detto con chiarezza riformista ciò che andrebbe fatto e, soprattutto, come farlo. Se la sinistra non fosse obnubilata questo dovrebbe fare.

L’enorme incomprensione della maggioranza

Che cosa glielo impedisce? A mio avviso l’enorme incomprensione da parte della maggioranza della sinistra del liberalismo, di quello che realmente è e dell’immenso contributo che ha dato e ancora può dare all’Umanità. Nessun riformismo è possibile se non fa propri i principi e il metodo liberale. Lo spiega bene nel suo ultimo libro (La battaglia per una politica decente: liberale come aggettivo) il grande pensatore ebreo americano Michael Walzer. Lo argomenta con efficacia Martin Wolfe, editorialista del Financial Time, quando ricorda che “la democrazia liberale nasce dalla unione di due idee: libertà (freedom) e cittadinanza. La prima è essenzialmente inglese e indica la libertà dell’individuo, mentre la seconda è greca e indica l’individuo in quanto cittadino”.

Ma è E. Fawcett che ne documenta l’evoluzione storica e la capacità del liberalismo di compromettersi prima con la democrazia (una testa e un voto) e poi con il socialismo (la questione sociale) ed è da questi compromessi storici (cosi Fawcett li definisce) che origina la democrazia parlamentare nella quale tutt’ora viviamo e lo Stato sociale del quale tutti beneficiamo. L’artefice del Welfare state, come tutti sanno, non era un laburista ma un liberare che aveva lavorato anche per Churchill. Anche in Italia è esistita una sinistra che ha saputo assimilare la grande lezione del liberalismo, da Turatti, a Matteotti, dai fratelli Rosselli a Craxi sino. per venire ai tempi nostri, a Giuliano Amato e a Claudio Martelli che insieme a Luigi Covatta è stato artefice del più importante convegno che al tema sia stato dedicato, il convegno di Rimini sui Meriti e i Bisogni. Sono queste le fonti alle quali la sinistra se vuole tornare a governare dovrebbe abbeverarsi.

Gianfranco Borghini

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