La Terza opzione di Teheran. Oltre il regime, la sfida della transizione democratica

Nelle ultime settimane l’Iran è tornato al centro dell’attenzione internazionale. Tuttavia, nel dibattito pubblico spesso resta in secondo piano la domanda più importante: se il regime dovesse crollare, chi sarebbe realmente in grado di guidare una transizione democratica stabile? Il 28 febbraio 2026 Maryam Rajavi ha annunciato, a nome del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), la formazione di un governo provvisorio con un obiettivo preciso: trasferire la sovranità al popolo iraniano attraverso elezioni libere. Non si tratta di una proposta improvvisata, ma dell’attivazione formale di un progetto politico che la Resistenza iraniana sostiene da oltre quarant’anni.

La crisi che attraversa oggi l’Iran non è il frutto di circostanze occasionali. È il risultato di decenni di repressione politica e di scelte politiche che hanno privilegiato la conservazione del potere rispetto al benessere della società. La Repubblica islamica ha investito soprattutto nella propria sopravvivenza, rafforzando apparati di sicurezza e repressione, mentre il benessere della popolazione è stato progressivamente sacrificato. In questo contesto il CNRI rappresenta una delle poche strutture politiche organizzate che da anni propone un progetto di transizione. Fondato nel 1981, il Consiglio è una coalizione politica composta da diverse forze democratiche iraniane. Al suo interno, l’organizzazione principale è quella dei Mojahedin del Popolo (MEK), che costituiscono la componente più strutturata della Resistenza. Le cosiddette Unità di Resistenza, affiliate ai MEK, operano all’interno dell’Iran e rappresentano una presenza attiva sul territorio.

Gli eventi recenti hanno mostrato quanto questa rete sia concreta. Le azioni che hanno accompagnato l’annuncio del governo provvisorio hanno evidenziato un collegamento tra la leadership della Resistenza e la sua presenza interna nel Paese. Il prezzo pagato è stato molto alto, con numerosi morti e arresti tra i membri delle Unità di Resistenza, un dato che dimostra l’esistenza di una struttura attiva dentro l’Iran. La proposta politica del CNRI si basa su quella che Maryam Rajavi definisce da anni la “terza opzione”. Per molto tempo il dibattito internazionale è rimasto intrappolato in una falsa alternativa: da una parte l’accondiscendenza verso il regime, dall’altra l’ipotesi di un intervento militare esterno. Secondo la Resistenza iraniana entrambe le strade portano a un vicolo cieco: l’appeasement rafforza la repressione, mentre la guerra non può restituire la sovranità ai cittadini né sostituire il ruolo del popolo iraniano.

La “terza opzione” propone invece una via diversa: né concessioni alla dittatura né guerra dall’esterno, ma il riconoscimento della resistenza organizzata del popolo iraniano. Il governo provvisorio annunciato dal CNRI avrebbe un mandato limitato: garantire libertà politiche immediate e organizzare elezioni per un’Assemblea Costituente incaricata di redigere una nuova Costituzione basata su separazione tra religione e Stato, uguaglianza di genere e pluralismo politico. Una volta insediate le istituzioni elette, il governo provvisorio si scioglierebbe. La questione che oggi si pone non è soltanto se l’Iran cambierà, ma come. Tra il rischio di un collasso caotico o soluzioni imposte dall’esterno, esiste anche la possibilità di una transizione organizzata guidata dalle forze democratiche iraniane. Un percorso che punta a restituire il potere ai cittadini attraverso elezioni libere.