Esteri
La vulgata della Spagna contro Israele riaccende la memoria dolorosa dell’ebraismo
La decisione del governo spagnolo di richiamare l’ambasciatrice da Israele rappresenta molto più di un atto diplomatico contingente. È un gesto politico forte, che inevitabilmente riapre una memoria storica profonda e dolorosa nel rapporto tra la Spagna e il popolo ebraico. Nella storia europea, pochi Paesi hanno avuto con gli ebrei un rapporto così complesso e tragico come la Spagna. Nonostante secoli di straordinaria fioritura culturale dell’ebraismo iberico, la storia medievale e moderna della penisola è segnata da episodi di persecuzione e di espulsione che hanno lasciato una cicatrice indelebile.
Uno dei primi momenti simbolici di questo confronto fu la celebre Disputa di Barcellona del 1263, quando il grande rabbino catalano Moshe ben Nachman dovette difendere pubblicamente il giudaismo davanti alla corte di Giacomo I d’Aragona. Anche se il dibattito si svolse formalmente in modo corretto, le conseguenze furono pesanti: Nachmanide fu costretto all’esilio e le sue opere subirono censura. Ma fu tra il XIV e il XV secolo che la situazione precipitò. Nel 1391 una violenta ondata di pogrom travolse numerose città della penisola iberica. A Siviglia, Toledo e Barcellona migliaia di ebrei furono massacrati e intere comunità distrutte. Molti, per salvarsi, furono costretti a convertirsi al cristianesimo. Nacque così la complessa realtà dei conversos, spesso sospettati di praticare segretamente il giudaismo. Questo sospetto divenne il pretesto per una delle istituzioni più temute della storia europea: l’Inquisizione spagnola, istituita nel 1478 dai sovrani cattolici Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona. L’Inquisizione perseguitò soprattutto i cosiddetti marrani, ebrei convertiti sospettati di mantenere la fede dei padri. Le procedure culminavano spesso negli spettacolari e terribili auto-da-fé, cerimonie pubbliche in cui i condannati venivano umiliati, puniti o addirittura arsi vivi sul rogo.
Il punto di non ritorno arrivò nel 1492, con l’Editto di Granada. Firmato il 31 marzo dai Re Cattolici, impose agli ebrei di scegliere tra conversione forzata o espulsione entro pochi mesi. Fu uno dei più grandi esodi forzati della storia europea. Si stima che circa 150mila ebrei lasciarono la Spagna. Molti trovarono rifugio nel Nord Africa, nell’Impero Ottomano o in diverse regioni d’Europa. Da questa diaspora nacque la grande civiltà degli ebrei sefarditi, che conservarono per secoli la lingua ladina, la memoria della Spagna perduta e una cultura straordinariamente ricca.
A queste persecuzioni si aggiunsero anche dottrine discriminatorie come la limpieza de sangre, che stabiliva la “purezza di sangue” come criterio per accedere a cariche pubbliche o religiose, escludendo sistematicamente i discendenti degli ebrei convertiti. È vero che negli ultimi decenni la Spagna ha compiuto importanti passi di riconciliazione con il mondo ebraico. Nel 2015 il governo spagnolo ha approvato una legge che offre la cittadinanza ai discendenti degli ebrei sefarditi espulsi nel 1492, riconoscendo simbolicamente un’ingiustizia storica. Tuttavia, quando oggi la politica spagnola assume posizioni particolarmente dure verso Israele, la memoria storica inevitabilmente riemerge. Non perché la storia si ripeta meccanicamente, ma perché i rapporti tra la Spagna e il popolo ebraico portano con sé un’eredità di secoli che non può essere ignorata.
La diplomazia contemporanea dovrebbe muoversi con consapevolezza di questa storia. Perché ogni gesto politico, soprattutto quando riguarda Israele, non è mai soltanto un atto del presente: è anche un’eco lunga della memoria europea.
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