Il linguaggio di De Luca non ha mai avuto sfumature tenere: durante il lockdown era un profluvio di carinerie verso chi si assembrava, chi faceva footing, chi non indossava mascherine o le indossava male. Una postura da “sceriffo pop” che, dopo pochi mesi, lo (ri)porterà in carrozza a Palazzo Santa Lucia. La terza e ultima parte (Parte I – Parte II) del capitolo dedicato a Vincenzo De Luca all’interno del mio libro “Virus, comunicazione e politica” (Aracne, 2021).
Molti ritengono il deluchese una lingua piuttosto aggressiva, a tratti addirittura violenta. Certamente il lessico del governatore – quello pubblico, nelle trattative private non abbiamo idea –, così come il tono che lo accompagna, non è di tipo diplomatico e ripudia fieramente il politicamente corretto. Con l’utilizzo di un lessico che non bada affatto all’etichetta sembra andare in scia a quanto scrive Massimo Arcangeli nel suo «Una pernacchia vi seppellirà. Contro il politicamente corretto». Le parole con cui abbiamo titolato questo paragrafo non sono in effetti parole amichevoli. Ma sono tutti termini che in pochissimo tempo si sono sedimentati nell’immaginario collettivo come «sue». I carabinieri con il lanciafiamme alle feste di laurea, gli avversari politici «portaseccia», gli imbecilli senza mascherine e gli imbecilli doppi con la mascherina abbassata. I sessantenni cinghialoni che s’improvvisano runner. E poi Fazio con quella sua immagine da fratacchione. Tutte parole che da lui ci si aspetterebbe senz’altro, considerando gli epiteti che già utilizzava da sindaco di Salerno.
Ciò conferma ogni volta di più quanto ami caricare a molla la propria immagine di «sceriffo pop» che, come detto, fa del sarcasmo sprezzante la propria cifra principale. Sempre, però, finalizzandola all’esposizione del proprio messaggio. L’uscita passata alla storia come «la battuta del fratacchione» (trend topic su Twitter all’istante), colorata di ironia anziché di disprezzo, oltre ad aver imbarazzato il conduttore di «Che tempo che fa», ha avuto un duplice fine. Ha saputo rendere leggibile a tutti una situazione normativamente paradossale – si parlava dei famigerati affetti stabili – e ha fornito un contributo a smussare gli angoli di un carattere che in molti definiscono spigoloso e difficile. Insomma, dopo aver concesso al conduttore l’opportunità di spiegare al pubblico quella norma controversa, “Governator” coglie la palla al balzo per parlare del nuovo esodo dal Nord e di cosa l’istituzione Regione ha messo in campo per fronteggiarla. «Ma c’è l’altro lato. Vedere il sorriso aprirsi sul volto sempre tirato di De Luca restituisce un senso di sollievo. È quasi un evento catartico, nel senso aristotelico di rasserenamento e nel senso psicoanalitico di rilassamento di tensione e ansia. Il governatore lo sa benissimo, ed è questa la ragione per cui mostra con parsimonia il suo lato gioviale e ironico. Il pater familias lavora, non ha tempo di pensare alle amenità: quando si concede, è un regalo, un permesso che elargisce alla prole».
A molti analisti e osservatori questo modo di porsi non piace, e di certo non lo nascondono. «Ogni volta che qualcuno mette un microfono davanti a Vincenzo De Luca, dandogli la possibilità di esibirsi in uno dei suoi soliloqui, si stacca un pezzo della reputazione del Mezzogiorno. Perché De Luca in questo eccelle: nel confermare, con la sua oratoria trombonesca, la mimica facciale che è l’accigliata caricatura della maschera ilare di Totò e di quella tragica di Eduardo cui si aggiungono il ghigno feroce e cinico di Pietro Savastano, la postura da neomelodico, la percezione che fuori dal Sud si preferisce avere del Sud». IV.5 Meridionalismo da sinistra/leghismo del Sud. Ogni venerdì, De Luca parla per circa un’ora. Ciascun discorso è condensato da ogni tipo di concetto. Come abbiamo visto, il governatore fornisce dati, previsioni, azioni messe in campo. Informazioni di carattere istituzionale, insomma. Ma c’è spazio anche per frecciate ad avversari interni – che non nomina mai – e attacchi al Nord. Sì, esatto. Fa specie sentirlo sottolineare ogni volta dati ed elementi che puntano evidentemente a rinfocolare una contrapposizione Nord-Sud.
A più riprese utilizza espressioni anche piuttosto pesanti, come quando, affrontando il tema della spesa sanitaria pro-capite, parla di Campania depredata dal Settentrione. O come quando, il 23 aprile, minaccia di chiudere i confini regionali se al Nord dovessero realmente anticipare l’inizio della Fase 2. Una frase, quest’ultima, che ha portato alla nascita di un vero e proprio dibattito sul tema. Le sue parole sembrano quasi voler riattizzare l’orgoglio meridionale all’interno di una rivalità da sempre esistente, anche se poi in tv professa amicizia verso Fontana e si dice disponibile sempre e comunque alla collaborazione.
«Ho ascoltato in questi ultimi giorni posizioni di colleghi presidenti di Regione, soprattutto del Nord, ma anche del Sud, che premono per affrettare la ripresa di tutto. Partiamo dai dati concreti, in maniera tale che ci capiamo. In Lombardia, ancora ieri, abbiamo registrato circa mille nuovi contagi. Nel Veneto, che sta messo meglio, abbiamo registrato circa quattrocento nuovi contagi. Nel Piemonte ottocento nuovi contagi. Questa è la realtà che abbiamo di fronte a noi. Qual è il pericolo: che se una regione d’Italia – che ha questa situazione epidemiologica, assolutamente non tranquillizzante, perché se fai mille contagi in un giorno non è che hai messo alle spalle il pericolo -, accelera in maniera non responsabile e non coerente con i dati, rischia di rovinare l’Italia intera. Per essere chiari: se dovessimo avere una corsa in avanti da parte di regioni in cui abbiamo il contagio presente in maniera così forte, la Campania chiuderà i suoi confini, cioè faremo un’ordinanza con la quale vieteremo l’ingresso in Campania di cittadini provenienti da regioni nelle quali il contagio è pienamente in corso».
Da Vespa, però, fa il pompiere. «Noi contro la Lombardia? Nord contro Sud? No, non accetto queste banalizzazioni. Ho solo detto che siamo ancora dinanzi ad una emergenza e occorre utilizzare la massima attenzione. Non ce l’ho con la Lombardia, anzi. C’è stato sempre un rapporto di grande collaborazione e di correttezza tra le Regioni». Nel corso delle sue dirette, invece, continua a battere sul tasto della rivalità. «Io mi auguro che questa abitudine nazionale di aprire polemiche nei confronti del Sud prima o poi cessi. La verità è che siamo abituati a fare polemiche per forza d’inerzia. C’è gente in Italia che ha l’abitudine di guardare al Sud solo per dare lezioni al Sud. Bisognerà che ci si convinca, anche a livello nazionale, che qualche volta le lezioni bisogna apprenderle dal Sud. Io sono il primo a combattere contro quelle realtà, ancora presenti nel Mezzogiorno, nelle quali esponenti di governo e amministratori locali producono solo chiacchiere e debiti. Ma se capita, qualche volta, di incontrare punti di eccellenza, si abbia l’onestà intellettuale di riconoscerlo» . E cita il Cotugno, il Pascale e la Regione stessa, con il suo ospedale modulare.
Ho riportato questo intero spaccato dalla diretta del 17 aprile 2020 e da quella del successivo 24 aprile perché hanno innescato reazioni a catena da parte soprattutto della stampa settentrionale. «Libero» ha tuonato contro i meridionali che salgono in Lombardia per curarsi e il suo direttore editoriale, Vittorio Feltri, punto sull’argomento, non le ha mandate a dire, definendo i meridionali, in molti casi, inferiori . Naturalmente, da Sud hanno immediatamente reagito, e l’Ordine dei giornalisti ha avviato un procedimento disciplinare. L’onda è eccezionale e De Luca, da surfista consumato, la cavalca alla grande. In maniera a volte non propriamente urbana, ma comunicativamente assai efficace. Come quando da Fazio, nella famosissima battuta del fratacchione, inserisce anche un altro elemento, in risposta a Feltri e sotto forma di doppio senso. «Ho sentito in questi giorni cose intollerabili sui meridionali. Ma è mai possibile che ancora oggi qualcuno si possa permettere di dire che i meridionali sono inferiori? Poi dipende da quello che decidiamo di misurare sull’inferiorità, ma lasciamo perdere». Vorrei chiudere questo paragrafo sul «leghismo del Sud» di De Luca con una citazione attinta a «Popolo e populismo», saggio scritto da Alessio Postiglione e Angelo Bruscino. «Alla Questione meridionale in salsa padana, negli anni recenti – a partire dal successo del libro di Pino Aprile, Terroni -, ne ha fatto seguito un’altra: identitaria. A partire dai torti che il Sud avrebbe ricevuto all’indomani dell’Unità, quando le politiche della destra storica favorirono la deindustrializzazione dell’ex Regno delle Due Sicilie e, in ragione della violenta repressione del brigantaggio dello Stato unitario, si è costruito, negli anni recenti, un interessante approccio identitario che ha affiancato l’analisi economica. Oggi, però, questa visione di meridionalismo identitario rischia di essere un rimedio peggiore del male e, soprattutto, una reazione uguale e contraria al fu leghismo antimeridionale». De Luca saprebbe come girarla a suo favore: semplicemente definendola un’idiozia.
