«La Repubblica Islamica non durerà per sempre, prima o poi cadrà». Mahmoud Amiri Moghaddam, attivista per i diritti umani norvegese-iraniano e fondatore di Iran Human Rights, si interroga sui possibili esiti dell’ondata di proteste che sta dilagando in città e piazze iraniane dopo il 28 dicembre, in seguito alla svalutazione del riyal, la moneta locale, scatenando la dura repressione del regime degli Ayatollah: più di 2.677 le vittime secondo l’agenzia Hrana (Human Rights Activists News Agency), mentre altre fonti ne rilevano più di 12.000.

Moghaddam, il regime, secondo quanto riportato dal presidente statunitense Donald Trump, ha sospeso 800 esecuzioni. Un segnale incoraggiante?
«Prima di tutto, non vi è alcuna indicazione chiara che riguardi un eventuale cambio di politiche da parte del regime. Penso, inoltre, che la questione relativa alla sospensione di 800 esecuzioni rappresenti in realtà un espediente che le autorità iraniane hanno impiegato al fine di mitigare la sensibilità della comunità internazionale intorno a tali condanne. Spero che gli Usa e l’intera comunità internazionale ne siano consapevoli e comprendano le vere intenzioni del regime. Tutti i segnali che abbiamo colto indicano infatti il pericolo che il governo andrà avanti su questa strada e che le sentenze di esecuzione siano da tenere ancora in seria considerazione».

Internet viaggia intorno al 2%: non c’è modo di avere informazioni su quanto sta realmente avvenendo?
«In Iran persiste un completo blackout di Internet e non vi è possibilità di chiamare dall’estero all’interno del Paese, le linee telefoniche non sono funzionanti e non si possono inviare messaggi; in questi ultimi giorni, tuttavia, le persone stanno cercando di superare il blocco utilizzando telefoni fissi per comunicare».

La fine del regime potrebbe essere prossima?
«Il regime prima o poi capitolerà: la sua fine potrà avvenire ora o in una prossima occasione. Concentrandoci sul presente, tuttavia, sembra che, in seguito a questo massacro – che ha portato alla morte di migliaia di persone, attraverso anche l’introduzione del coprifuoco che impedisce alla gente di manifestare per le strade – esso sia ancora in grado di controllare le proteste».

Cosa accadrà quando il coprifuoco verrà revocato?
«Difficile prevederlo, bisognerà vedere. Al momento attuale, tuttavia, a meno che non avvenga qualcosa di straordinario, il regime appare ancora capace di annientare il proprio popolo per logorarne la determinazione nel continuare le manifestazioni di protesta. È anche opportuno ricordare come i Guardiani della Rivoluzione – che in questo momento stanno massacrando i civili iraniani – abbiano fatto lo stesso nel 2011, durante le agitazioni della Primavera Araba, quando sterminarono più di centomila siriani per salvare l’ex presidente Bashar al-Assad».

Invocato da parte dei manifestanti, il principe in esilio Reza Pahlavi – che ha incontrato segretamente l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff – potrebbe rivestire un ruolo significativo nel futuro del Paese?
«Credo che ogni leader dell’opposizione possa avere un ruolo da giocare in questa difficile situazione. Ritengo che Reza Pahlavi abbia delle potenzialità, in quanto la gente, in Iran, ha esperienza esclusivamente della Repubblica Islamica o – prima di essa – della monarchia dello scià, che si dimostrò migliore dell’attuale governo degli Ayatollah, nonostante condividesse con esso dei tratti marcatamente autoritari».