Cultura
Le due vite di Enzo Tortora: quell’orrore che diventò sistema
Vittorio Pezzuto offre una ricostruzione documentata della vicenda che segnò l’Italia. Quando l’accusa diventa spettacolo, si aprono le porte del linciaggio mediatico
Alle quattro e un quarto del mattino del 17 giugno 1983 bussano alla porta di una camera dell’Hotel Plaza di Roma. Aprono armadi, sequestrano un’agenda, spaccano un salvadanaio di ceramica. Portano via un uomo ancora stordito dal sonno. Fuori è buio, ma non per tutti: fotografi e teleoperatori sono già pronti. Le manette stringono i polsi, le macchine fotografiche stringono il volto.
È l’arresto di Enzo Tortora. È anche l’inizio di un processo che si celebrerà ben oltre l’aula di tribunale. Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora, del giornalista Vittorio Pezzuto, tra i fondatori del quotidiano La Ragione, pubblicato da Piemme e ora riproposto in una nuova edizione con prefazione di Davide Giacalone, è una biografia di 401 pagine che non si limita a ricostruire una tragedia giudiziaria. È il racconto minuzioso di una caduta e di una seconda vita, ma soprattutto è l’analisi di un meccanismo: come un’accusa possa trasformarsi in sistema quando si saldano accusa e narrazione pubblica. Vittorio Pezzuto lavora sulle carte, sulle sentenze, sulle dichiarazioni dell’epoca. Il libro è scandito da una ricostruzione puntuale dei passaggi giudiziari e mediatici, senza scorciatoie emotive.
Non c’è compiacimento, ma documentazione. È proprio questa precisione a rendere evidente la fragilità dell’impianto accusatorio e la leggerezza con cui fu accolta come verità definitiva l’accusa nata dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia della Nuova Camorra Organizzata. In una stagione segnata dall’emergenza criminale, la soglia del dubbio si era abbassata. Prima che tutto precipiti, c’è un’altra vita. Quella del conduttore che aveva cambiato il linguaggio della televisione italiana, che con Portobello aveva trasformato uno studio televisivo in una piazza, dando parola alle persone comuni molto prima che la partecipazione diventasse una parola d’ordine. Tortora non era soltanto un volto noto. Era un simbolo di fiducia pubblica.
Ed è anche per questo che la sua esposizione mediatica fu così devastante. Il cuore del libro, però, sta nel processo parallelo. Pezzuto mostra come il racconto abbia preceduto il giudizio. Le immagini dell’arresto – le manette, i fotografi già pronti, la scena costruita prima ancora che inizi il procedimento – segnano uno spartiacque nella relazione tra giustizia e media. L’opinione pubblica riceve un colpevole prima ancora che un imputato. E quando la narrazione si consolida, smontarla diventa quasi impossibile.
La pagina forse più dolorosa è quella in cui Paolo Gambescia ammette: «Ho contribuito a distruggere un uomo». Non si assolve. Parla del più grande errore della sua carriera e riconosce di aver tradito la prima regola del mestiere: verificare, dubitare, non credere acriticamente alle carte. È un’assunzione di responsabilità rara. E isolata. Per molti altri, la memoria di quella stagione è rimasta un fastidio da rimuovere. Il libro supera così la dimensione biografica e diventa una riflessione sul garantismo come metodo, non come bandiera. La presunzione di innocenza non è un favore concesso all’imputato: è una tutela per tutti. Il caso Tortora dimostra quanto sia fragile quando l’accusa è spettacolare e l’indignazione trova un bersaglio perfetto. L’assoluzione con formula piena arriva. È definitiva. Ma non coincide con una restituzione. La reputazione è stata erosa, la salute compromessa, il tempo consumato.
La giustizia può ristabilire la verità giuridica, ma non può restituire gli anni sottratti. Non ci sono risarcimenti che tengano quando la vita di una persona è stata attraversata da una gogna pubblica. Il caso Tortora non è un capitolo archiviato. Per chi fa questo mestiere, questa non è solo una storia del passato. È una ferita che ricorda quanto sia sottile il confine tra cronaca e linciaggio mediatico, tra informare e distruggere. Il libro di Pezzuto costringe a rileggerla senza alibi, riportando al centro una domanda semplice e scomoda: che cosa accade quando l’accusa diventa spettacolo e il dubbio sparisce? La seconda vita di Tortora nasce proprio da quella frattura.
Dalla scelta di non ritirarsi in silenzio, ma di affrontare il processo a viso aperto, trasformando la propria vicenda personale in una battaglia civile per le garanzie. Non un martire, ma un uomo che decide di esporsi ancora, di chiedere giustizia non solo per sé. Nel momento più alto della sua difesa, Tortora non rivendica soltanto la propria estraneità ai fatti. «Io sono innocente, spero lo siate anche voi», dice ai giudici. È una frase che ribalta la scena: l’imputato interroga chi giudica. Non è retorica, è una domanda morale. Ed è per questo che continua a disturbare ancora oggi. Alla fine resta anche un’altra battuta, pronunciata con l’ironia di chi ha attraversato l’inferno senza perdere la misura: «Ho commesso un errore? Sì, il passaporto. Aver preso un passaporto sbagliato». In quella frase c’è tutta la sproporzione tra l’accusa e la colpa, tra la macchina e l’uomo. Perché un errore è umano, ma la costruzione di un caso sull’errore è una responsabilità collettiva: la presunzione di innocenza non protegge un imputato, protegge ciascuno di noi.
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